Tratto da "l'Unita' 2" del 19 Gennaio 1997

Cultura
Professione scrittore



"SONO BRIZZI. E NON CHIAMATEMI CANNIBALE!"

di ANDREA CARRARO



La disinvoltura di Enrico Brizzi, di questo scrittore giovanissimo, appena ventiduenne, lascia davvero di stucco. Avevo gia' avuto modo di rendermene conto alla conferenza stampa del Campiello, lo scorso anno. Era assai piu' a suo agio lui di tutti e quattro gli altri finalisti messi insieme. Sembrava che non avesse fatto altro nella vita che dissertare di letteratura e replicare con acutezza e sarcasmo ai giornalisti invadenti e impiccioni che gremivano la sala. Faccio con lui una lunga chiacchierata e diverse volte mentre lui parla mi sorprendo a pensare a com'ero io alla sua eta', un grumo di balbettamenti e rossori.

Recentemente, alla trasmissione "L'Altra Edicola", alcuni giovani scrittori della tua generazione hanno dichiarato con tono sprezzante di non aver mai letto i nostri libri - i libri dei quarantenni - e di non sentirne affatto il bisogno. Anche tu la pensi come loro?

A quella trasmissione li' avevano invitato anche me, ma io me ne sono guardato bene d'andarci. Io non ho niente a che spartire con quelli, i pulpisti, che si muovono in squarda e fanno a gara a chi la spara piu' grossa!...
Circa i quarantenni, mah, francamente a me tutte 'ste storie delle generazioni mi sembrano stronzate!...

Forse non ci troviamo soltanto di fronte ad un banale scontro generazionale. Forse c'e' in ballo anche dell'altro. Uno scrittore della mia generazione per esempio - Baricco - di fronte ad una platea di universitari ha orgogliosamente rivendicato il diritto di ignorare la tradizione italiana del secondo novecento (ad eccezione di Gadda e Calvino). Insomma c'e' una tendenza piuttosto diffusa, e polemica, a snobbare chi ci ha preceduti e a cercare modelli fuori da casa propria (soprattutto in America).

Io ho solo ventidue anni e non posso mica avere letto tutto. Pero' credo di poter dire che in Italia di scrittori degni ce ne sono parecchi. Fra quelli da leggere assolutamente metterei certo Gadda, ma anche Arbasino...un grande!...attorno a lui chiunque faccia questo nostro mestiere dovrebbe fare parecchi giri di boa...

E tra i piu' giovani?

Di sicuro Tondelli, che ha davvero segnato un'epoca. Ma anche De Carlo, sui cui libri ci sono state fino ad oggi interpretazioni fin troppo banali. De Carlo secondo me ha fatto della grande letteratura "pop", ha svecchiato parecchio la lingua...
Eppoi mi piace Del Giudice: un'ottima palestra, un eccellente laboratorio linguistico, anche se non e' molto divertente da leggere...

Torniamo un momento ai cosiddetti "pulpisti". Da quel poco che lei ha detto non mi pare che si trovi sulla stessa lunghezza d'onda.

I libri che scrivo lo dimostrano, no?

Forse. Pero' anche tu attingi molto dalla cultura di massa - rock, cinema, fumetto - con relativa contaminazione della lingua e largo uso di tic e gerghi giovanilistici, tutte cose che fai con indiscutibile bravura. E poi in quest'ultimo libro, "Bastogne" c'e' anche parecchia violenza...

Sia chiaro, il fatto che "Bastogne" sia un libro crudo, violento, non vuol dire mica che io sia saltato sul carrozzone dei "cannibali", come ha maliziosamente detto o scritto qualcuno. Fra l'altro quali vantaggi avrei avuto, scusa? Io con "Jack Frusciante" ho venduto settecentomila copie e seguita a vendere. Potevo continuare a battere quella strada, no?....
"Bastogne" non ha proprio niente a che vedere con la letteratura dei "cannibali"... Loro fanno una letteratura di genere, sono attratti dalla trama, dalle storie. A me invece la trama interessa pochissimo.

Eppure in "Bastogne" di fatti ne succedono parecchi, e mica fatterelli...

Si', ma sono alternati alle introspezioni-allucinazioni dei personaggi. Di un certo evento o concatenazione di eventi a me non interessa tanto lo svolgimento, quanto le atmosfere in cui sono calati. Ma poi non c'e' solo questo, una letteratura di genere e' necessariamente a senso unico, non puo' permettersi i percorsi tortuosi, le ambiguita'. A me invece piace proprio questo: avvicinare e allontanare continuamente l'obbiettivo, concentrandomi ora sul dettaglio, ora sull'insieme. In questo mi sento debitore sia della tradizione minimalista sia di quella piu' tradizionale, che si misurava con macrotemi quali la famiglia, la patria, il dibattimento amoroso, l'amicizia...

Quello che piu' avevo apprezzato in "Jack Frusciante" era una certa autenticita' dello sguardo. In quest'ultimo libro invece ho avvertito a tratti la maschera, l'artificio. La rappresentazione della violenza, per esempoi mi e' sembrata troppo fumettistica per essere presa sul serio e troppo poco per svolgersi sul piano di un ribellismo scanzonato. Forse avevi voglia di scandalizzare.

Ma io non avevo nessuna intenzione di scandalizzare. Io volevo raccontare una storia di amicizia tradita, nient'altro. La violenza, l'odio sono sullo sfondo, una specie di "basso continuo" sordo, cupo... Volevo che il lettore, malgrado tutte le brutture che compiono questi personaggi, si sintonizzasse emotivamente con loro, e finisse quasi con il provare una pallida forma di identificazione.

Nel libro ci sono pagine piuttosto belle dedicate a Celine. E' un autore che ami molto?

Conosco soltanto l'ultimo periodo, e mi sembra straordinario. Adesso leggero' anche il resto.

Parliamo d'altro: come ti e' cambiata la vita da quando hai venduto tutto quel po' po' di copie? Sei uno dei pochi scrittori italiani - malgrado la tua giovane eta' - che puo' permettersi di campare solo con la scrittura.

Non e' cambiata poi molto, a parte il fatto che finalmente posso permettermi di vivere da solo. La mia e' la vita di un qualunque studente universitario mediamente sfaccendato che, oltre a grattarsi le palle, scrive qualcosa...

Ti piace scrivere, oppure qualche volta vivi la scrittura come un obbligo?

No, mai, tutto il contrario, la vivo come una liberazione. PEr me la scrittura e' come una specie di ancora della mente, scrivendo hai il potere illusorio di entrare nella testa degli altri, di farli muovere a tuo piacimento, di diventare qualcun altro, di inventarti delle esperienze che non hai mai avuto e non avrai mai. La fase della scrittura che mi pesa un po' e' quella delle revisioni finali prima di andare in bozze: quelli sono momenti un po' yuppies...

Che cosa rimproveri alla tua generazione? E che cosa invece credi che riveli di positivo, e magari anche di nuovo rispetto alle generazioni che l'hanno preceduta?

La mia e' una generazione disillusa con i pro e i contro che questo comporta. Siamo molto meno ingenui dei nostri padri, questo e' sicuro, e non e' poco.

Ed e' giusto rallegrarsene, secondo te?

In assoluto no, questa disillusione porta con se' anche una preoccupante mancanza di stimoli e di creativita'. Pero' certi genitori "fricchettoni" che si vedono in giro fanno proprio tristezza: tutti impegnati a divorziare, con quell'aria sempre da cani bastonati per le loro utopie fallite!