Tratto da "l'Unita'"



JACK FRUSCIANTE E' USCITO DAL GRUPPO

di MICHELE ANSELMI



Non ha avuto tutti i torti Enrico Brizzi nel prendere le distanze dal film tratto dal suo romanzo, lamentando vari difetti di casting e di confezione, e soprattutto la "dolcificazione" dell'atmosfera generale, sulla carta più ruspante e vivida. Magari, capìta l'antifona, avrebbe fatto meglio a non collaborare alla sceneggiatura. Certo che, così com'è venuto fuori, "Jack Frusciante è uscito dal gruppo" sembra davvero una versione riveduta e corretta del "Tempo delle mele". Chi ha letto il romanzo, un caso editoriale da 200mila copie, sa che l'originalità della vicenda risiede nell'ambientazione: una Bologna teneramente punk, molto di tendenza, popolata di gruppi giovanili cresciuti nel culto dei Clash, dei Soundgarden e di quel Jack (John) Frusciante che all'apice del successo uscì dal gruppo dei Red Hot Chili Peppers. Un mondo a parte, verrebbe da dire, che si oppone a quello distante degli adulti rifiutando ogni coinvolgimento politico: al massimo sono pronti a scendere in campo come "anti-proibizionisti" quei diciassettenni a un passo dalla maturità liceale che si esprimono in un gergo tutto loro, fantasioso e veloce, indossando i Parka d'ordinanza, cavalcando vecchie Vespe 50 e alzando il volume degli amplificatori fino a stordirsi.
La "sgorbia" storia d'amore promessa dalla pubblicità è quella, castissima, che unisce il problematico Alex alla riluttante Aidi. Parenti stretti della Lucy di "Io ballo da sola", i due non potrebbero essere più diversi: lui, in rotta con la famiglia avvolgente, è una specie di giovane Holden travestito da "rude boy" (suona il basso in una banda punk e macina chilometri e chilometri in bicicletta); lei, figlia di una mamma tardo sessantottina che vive in campagna, veste da fricchettona chic, ascolta le ballate di Simon & Garfunkel e coltiva la letteratura zen. Scoprono di amarsi, ma non riescono a dirselo. E mentre il loro rapporto, nemmeno consumato, va a rotoli sotto lo sguardo degli amici, facciamo la conoscenza di Martino, un giovanotto bello e maledetto che brucia nella droga e nella provocazione la propria condizione di alto-borghese. Scommettiamo che la sua morte metterà Alex di fronte alle responsabilità del crescere?
Più che la vicenda centrale, resa con i patemi d'animo e le palpitazioni sentimentali tipici degli amori adolescenziali, è il contorno delle facce e delle voci ad animare il film dell'esordiente bolognese Enza Negroni, una che quell'ambinete conosce bene, condividendone gusti musicali e umori ribelli. C'è quello che si pettina come "Edward Mani di Forbice", quello che ammira i "punkabestia" berlinesi, quello che canta "Sono un onanista / per il sesso fai da te / fingo di pisciare / e invece ahimé...", quello che si farebbe tutte le sbarbine.
Ma il film, nel suo complesso, non è una riuscita. L'universo ideale di questi giovani, impermeabile alla temuta omologazione indotta dalla società "dei grandi", è descritto con qualche svolazzo ingenuo, lo stile non è "sgarbato" come imporrebbe la storia e i due interpreti risultano male assortiti (Stefano Accorsi è vocalmente e fisicamente in parte; Violante Placido, figlia di Michele, forse era meglio non prenderla).