Tratto da "LA STAMPA" del 27 Marzo 1997

SOCIETA' E CULTURA



Una notte per le strade di Barcellona tra maschi
che negano sigarette e ginecei con le clarck's

LE VALCHIRIE DELLA RAMBLA

Ma che fanno brille alle quattro del mattino?

di Enrico Brizzi


Ho passato cinque giorni a Barcellona. L'albergo si affacciava sulla Rambla, il grande viale da struscio, paragonabile alla londinese Oxford Street per numero di gift-shop villani, anche qui gestiti da maharatti e bengalesi. I poliziotti, comunque, parlano poco inguainati nelle loro tenute da fatica azzurra col cappellino a visiera uguale sputato a quello dei tiratori scelti che scalano il grattacielo nel finale wagneriano dei Blues Brothers. Portano occhiali scuri e sembrano avere problemi gravi del pescatore di portafogli o dell'andaluso che propone sigarette di contrabbando con la sua cantilena inneggiante all'infinito duello tra Joe Camel e Marlboro man.
Si preoccupano dell'immagine di una Spagna che bussa ai bei salotti internazionali e contemporaneamente viene sfregiata dalle bombe. Bombe che tuttavia suonano come un'eco lontana nelle strade torte del Barrio Gotico e nell'esotismo 'mmeregano del nuovo porto olimpico, frutto del gigantesco make-up olimpico del'92.
In questo scenario sorprendente, mix riuscitissimo di epoche e suggestioni, gli skater fanno mostra di virtuosismi sulle scalinate liberty e i gentili skinhead tifosi del Barça portano per mano la fidanzata a fare compere, a stuzzicare le gracule indiane vendute in gabbietta come fossimo nelle strade dell'Ile de la Cite', a pochi passi da Notre-Dame. Sulla strada si esibiscono i mini, tutti seguaci della tendenza immobilista. Ci sono porzioni della rambla che sembrano fotografie: pagliacci immobili fissati con attonita determinazione da un pubblico ipnotizzato. Fossero mimi di quelli che restano chiusi dentro la scatola immaginaria e ne tastano le pareti alla claustrofobica ricerca di un'uscita, il pubblico reagirebbe in maniera colorita. Così, invece, gli incauti passanti finiscono per somigliare a tanti Noodle-De Niro, rapito dall'incantesimo dell'oppio nell'ultima scena di "C'era una volta in America". L'unico particolare in movimento è l'interminabile lavorio dei furetti da portafoglio, che paiono muoversi a un numero di fotogrammi al secondo decisamente più isterico della slow-motion che impigrisce gli altri, siano italiani sponsorizzati invicta, aborigeni catalani dal look seventies, giapponesi terrorizzati all'idea di urtare chicchessia, di quelli che girano con le spallucce strette e la nikon stretta al cuore, di quelli che coltivano l'inane aspirazione di sembrare europei e sfoggiano abbinamenti indecisi tra Armani e Adidas, Lonsdale e Ferragamo, Panarea e il Leonkavallo.
Se la rambla barcellonese di giorno fornisce questo composito colpo d'occhio, la paranoia del pickpocket lascia spazio alla più galoppante delle schizofrenie non appena calano le tenebre.
L'ho appurato alle quattro d'un sabato notte, in fuga precipitosa dall'albergo per lasciare tempo alla moquette incongruamente allagata di riprendere il suo tradizionale fruscio, l'essere asciutta che le compete.
Si incontrano numerosissimi tiratardi che solcano il centro di Barcellona in flottiglie di quattro o cinque, spensierati e alcolici come chi non deve pensare al domani (come chi deve pensarci sul serio, forse).
Il particolare più evidente a chi si trovi nella condizione di chiedere gentilmente una sigaretta ai coetanei iberici, scatenati nei vizio del tabacco e lontani da ogni idea di politica correctness, è che i barcellonesi non sono poi così simpatici come si potrebbe credere. Noti un certo piacere arcigno nel rifiuto, una qualità di sguardo che sembra riassumere tutto l'orgoglio di una città che inizia a sentirsi davvero europea. Quindi, una metropoli. Dove, per statuto, si rifiutano sigarette allo sconosciuto che voglia rianimarsi un poco dopo un disgraziato allagamento.
Le ragazze, per esempio. Vestono come stessero andando tutte di fretta al concerto di Patti Smith. Ci sono più clarck's ai piedi sulla rambla che nei corridoi di Rai Tre. Muovono in ginecei ambulanti, senza un maschio. D'accordo, mi dico. La proverbiale joie de vivre iberica. Ma non hanno ancora incontrato un ragazzo alle quattro di mattina?. Inizialmente penso che siano troppo scortesi per attirarne uno. Il passaggio incrociato di alcune bande di amazzoni mi dà suggestioni ineffabili, fa preferire un'altra ipotesi. Il ragazzo, gazzelle o cozze che siano, queste non lo cercano proprio. Mio dio: queste escono tra amiche, tout court. In sei amiche brille alle quattro del mattino. Non parlano quasi, lanciano occhiate oblique, ovviamente non hanno sigarette.
Spogliato delle nobili intenzioni da ragazza emancipata, questo marciare senza sosta delle valchirie catalane mi pare improvvisamente svuotato di senso, e appare in tutta la sua nudità epistemologica per quello che è: un camminare senza requie su e giù per un viale pedonale a notte inoltrata. Mi rifugio in un bar ambiguo in quasi tutti i sensi, incontro con sollievo un giornalista conosciuto il giorno prima. Fuma 100's spagnole aromatiche. Mi offre un gin tonic. Espongo le mie riflessioni. Insieme, si stabilisce di scrivere un saggio sul mutamento dell'autoconsapevolezza presso le adolescenti delle città in espansione economica. Un po' come i sindaci, se la tirano sempre di più, e tu giovane uomo finisci per pagare visibilità internazionale e migliorie all'impianto sociale con una drastica riduzione delle chance di passare una serata piacevole.
Un avviso lungimirante: se le Olimpiadi del 2004 saranno effettivamente assegnate a Roma, consiglio di impiantare legami amorosi nella capitale prima di quella data, che si rischia di arrivare impreparati a trovarsi tra sedicenni di Tor Bella Monaca equivocamente yuppies, e ninfe plebee spocchiose del loro basic english, dell'entratura per lavorare come hostess a qualche fiera campionaria di cui non voglio pagare né il biglietto, né le conseguenze secondarie.

Enrico Brizzi