Tratto da "LA STAMPA" del 27 Febbraio 1997

SOCIETA' E CULTURA



Studenti e ragazzi-anziani, brigata disillusa nel parco di Villa Spada

CARRIOLE E CESOIE POST LAUREA
PER I FIORELLINI DISOCCUPATI

di Enrico Brizzi


BOLOGNA
Immaginate un gran parco che si inerpica dalla citta' su per le pendici dei colli, immaginate una biblioteca di recente costruzione dotata di tutti i conforti che uno studente puo' ragionevolmente augurarsi di trovare in una struttura pubblica. Immaginate la biblioteca dentro il parco, allungata nelle sue terrazze tra il mausoleo del cane e il museo della tappezzeria.
Immaginate la famiglia patrizia che viveva da queste parti nell'800. L'attuale museo della tappezzeria era la villa padronale, l'intero parco era il giardino, dove oggi sorge la biblioteca, inequivocabile nei suoi vetri e cementi, probabilmente c'era posto per qualche baracca da giardiniere o costruzione simile. Quanto al mausoleo del cane, beh, si suppone che i signori fossero molto affezionati al vecchio Fido o Melampo, tanto da ergergli un tempietto nel bel mezzo di un giardino all'inglese. Il ripristino di quest'angolo seminascosto di Bologna sta richiedendo vari anni di lavoro e un gran numero di sacramenti da parte di operai e giardinieri del Comune, a cui va tutta la solidarieta' di noi studenti.
Gia' che ci siete, fate un piccolo sforzo e immaginate una giornata di sole, una delle prime giornate di sole dell'anno. Fuori e' ancora fresco, certo, ma se state attenti potete percepire una qualita' nuova nell'aria, un piccolo vibrato che agli intenditori suona come una promessa di primavera (con tutto quello che una simile stagione puo' comportare per una brigata di universitari). La biblioteca, che ricorda vagamente una piccola portaerei depositata dalla buona sorte proprio nel mio quartiere, e la zona in cui fervono i lavori di restauro sono separate soltanto da un sentiero a tornanti che collega l'ingresso del parco ai prati superiori, croce & delizia per cani & proprietari di cani della zona. La situazione che si puo' ammirare col bel tempo, di solito, e' questa: dalla parte faticosa del sentiero i lavoratori trasportano carriole di terra e manovrano con perizia le cesoie; lungo il sentiero si arrampicano anziani, coppiette in cerca di privacy bucolica, mamme con bimbo, adolescenti posseduti dalla mountain bike; sul lato comodo del sentiero gli studenti della biblioteca profittano delle due ampie terrazze, dove scambiano considerazioni annoiate sul Bologna football club, il Festival di Sanremo, i migliori siti da shopping del centro citta'.
Quasi tutti portano giacconi plastici della Woolrich, cappellini da baseball colorati, libri di economia & commercio ficcati a forza nello zainetto Jansport o Napapijri insieme al telefono cellulare e qualche rivista che potrebbe chiamarsi La Gazzetta dello Sport oppure Marie Claire, a seconda dei casi.
Un giorno ho letto "Lettera a una professoressa", Don Milani, la scuola di Barbiana, il diritto allo studio e tutte queste cose. Ho provato indignazione per le difficolta' incontrate da quei ragazzi-lavoratori, indignazione per l'atteggiamento stolido e settario della scuola ufficiale, in qualche maniera ho sperato insieme a loro. Poi ho fatto i miei cinque anni di scuole superiori (in un buon liceo classico del centro, tra l'altro) e la disillusione l'ho imparata sulla mia pelle e quella dei miei compagni. Li' ho capito come corso di studi e cultura fossero due entita' che non si sovrapponevano neanche un po'. Talora finivano in rotta di collisione, addirittura. Un conto e' il sapere, un altro il celebrato pezzo di carta, che puoi raggiungere come persona coltissima ma anche sotto forma di solenne somaro. Un apparente paradosso che resta senza conseguenze fino a quando il pezzo di carta-diploma e il pezzo di carta-laurea conservano un valore di chiave d'accesso a possibilita' superiori. Oppurtunita', le chiamano i miei genitori. "Ti abbiamo incoraggiato a studiare per darti un'opportunita' in piu'", dicevano, e non suonava per niente retorico in bocca a chi, come canta Guccini, e' stato in casa il primo che ha studiato, a prezzo di sagrifizi che oggi fanno sorridere ma allora devono essere stati assai tangibili e varie volte maledetti. La prospettiva odierna non toglie nessun valore alla cultura in se' (anzi, merce rara vale sempre), ma non si vede dove si possa sbattere la testa una volta raggiunta la laurea. E infatti...
...Gli unici che in terrazza a chiacchierare non ci vengono mai, sono tipi strani. Sospetti quasi, con quelle facce patite e il maglione che non ci azzecca mai con la braga color vinaccia o marron depressivo. Quando i fiorellini diciottenni camminano sensuali la loro passerella tra i tavoli della biblioteca, oppure si inarcano a poggiare il codice civile con movenze semiacrobatiche, i tipi strani manco le degnano di uno sguardo. Hanno da studiare, loro. Non hanno neanche tempo di farsi la barba e di solito a vent'anni assomigliano gia' al vecchio Benso Cavour. Sono i futuri ingegneri, specie stranissima e inquietante di ragazzo-anziano (ho letto di qualcosa del genere nella mitologia etrusca, se non sbaglio). Sono gli unici tra noi che troveranno lavoro grazie alla laurea, oltre alle piu' panterate tra i fiorellini giurisprudenti, che magari domani faranno da assistente al professore single, proprio come e' capitato alla tale bellissima e all'altra arrazzantissima che, non si sa come e non si capisce perche', hanno vinto un dottorato di ricerca. Per tutti gli altri resta una giornata di bel tempo, e se stiamo li' in terrazza a guardare operai e giardinieri alle prese col tempio del cane, forse e' per esorcizzare l'incubo di avere sbagliato tutto, la paura sottile che dopo la laurea ci siano solo le carriole e le cesoie che avremmo potuto prendere in mano con miglior profitto a quattordici anni.

Enrico Brizzi