TtL (La stampa) – 17/05/2003


Brizzi in Madagascar abissi e champagne

L’ULTIMO romanzo di Enrico Brizzi ha un titolo, Razorama, che prende il nome da un posto, da un villaggio del Madagascar in cui avviene un rito spiritista di interrogazione e di divinazione. Ma Razorama non è semplicemente un posto, è il posto cui tende il segreto dei destini incrociati. I fili narrativi del romanzo, infatti, sono due e seguono due piste diverse, legandosi a due diversi viaggi cui Razorama a suo modo fa da ponte. Due i viaggi e doppia l'avventura. Ma alla fine il geometrico confluire delle due storie in una storia sola, che si compie come una tragedia sacrificale (una deriva annunciata, un ritorno negato, una catastrofe delittuosa).

Tutto comincia con la descrizione indiziariamente levigata del magnifico catamarano che si chiama Saint-Just (proprio, e non a caso, il nome del ghigliottinatore), su cui due uomini e due giovani donne stanno viaggiando dalle coste del Kenya per arrivare al porto malgascio di Tuleàr. Il proprietario del catamarano è un miliardario che si chiama Marcel e sta andando in Madagascar per sposare un'ereditiera, figlia del candidato dell'opposizione alle imminenti elezioni presidenziali. Il secondo passeggero si chiama Bruno, è un pittore ed è amico di Marcel che gli compra i quadri. Delle due donne, la più giovane (Valentine), ha diciannove anni, è legata a Bruno e sta raggiungendo nell'isola il fratello che ci vive da rifugiato, mentre l'altra (Sheila) ha ventisei anni, è stata legata a Bruno di cui è ancora innamorata, ma accetta gli incerti e i rischi di una convivenza pur provvisoria con Marcel. E' proprio a causa della natura ambigua e paranoide di Marcel che il viaggio si trasforma a poco a poco - attraverso un gioco di riflessi quadrangolari dentro uno spazio chiuso che il "pozzetto" del catamarano rende ancor più emblematico - in un incubo, in un sogno infetto, in uno stravolgimento orroroso. Dalla superficie di una vita dorata, di agi e privilegi, scatta il fondo demoniaco di un delirio infame, su cui non conviene dire di più per non intaccare i diritti che ogni lettore ha di vivere il gioco della sorpresa (la lunga agonia del piccolo barracuda tirato a bordo e finito dal fucile a fiocina da Marcel vale tuttavia la pena d'essere citata come un avviso di malefizio). Il viaggio dorato dell'avventura tra coca e champagne finisce nel più degradato dei cataloghi esistenziali: la crudeltà, l'abisso, i rapporti di potere, i miasmi del troppo umano. Il secondo viaggio, invece, è compiuto da un giornalista che si chiama Claudio Clerici, mandato dal suo giornale a occuparsi di un'inchiesta sugli italiani in vacanza. Un viaggio fatto a bordo di un incredibile fuoristrada guidato da Adriano, un giovane italiano che fa da "contatto", lungo un percorso che attraversando un bel pezzo di Madagascar ingloba luoghi, persone, paesaggi, storie colte qua e là (il Madagascar paesaggio-personaggio, annotato come in un diario di bordo tra città e campagna, tra colori e sapori, tra vecchio colonialismo e nuova globalizzazione). Prima fra le storie proprio quella di Adriano, che racconta il suo incontro provvidenziale con Rodrigo, l'uomo-chiave dell'intero romanzo (e qui Brizzi scrive le sue pagine migliori, le più libere e persuasive). E' Rodrigo ad ammalarsi di una malattia misteriosa cui restano annodati i due fili di una storia giocata per riferimenti calibrati e allusivi, lui a sottoporsi al rituale di divinazione officiato da uno sciamano locale, lui a coagulare il senso delle derive e degli approdi che l'uno e l'altro viaggio vengono a rappresentare.

Brizzi muove la sua scrittura dal piano levigato dell'inizio a quello aspro e corrusco del finale, passando per pagine a volte anche troppo belle (e finte), di bravura esibita: un po' come una voce compiaciuta, portata con qualche virtuosismo. Il cuore di Razorama consiste piuttosto nel passaggio da un movimento di tipo orizzontale ad uno di verticalità arcaica e simbolica. Perché è qui, all'incrocio dei due viaggi, che la tanta geometria del romanzo - colpo di grazia e finale di partita - riesce finalmente (e compiutamente) a convertirsi in destino.



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