TtL (La stampa) – 17/02/2001 Sergio Pent


La mia banda suona il rock delle occasioni perdute

La nostalgia è ancora di moda e non sempre vale il detto che non sia più quella di un tempo. E’ una nostalgia, questa dell’insolito, ma non sorprendente duo Brizzi-Marzaduri, che sfiora le corde del passato attraverso l’applauso un po’ immalinconito dei ricordi. La memoria è il cappio al collo delle occasioni perdute, che ci soffoca come un impetuoso inno ai fallimenti o – più spesso – agli ingobbimenti dell’età che ci spintona sempre meno amichevolmente. Che a gestire le trame della nostalgia sia uno scrittore di successo men che trentenne può anche stupire, soprattutto perché Brizzi aveva osannato finora le pulsioni giovanili – in certi casi giovanilistiche – della sua generazione. Certo questo compatto volume di racconti legati insieme come un romanzo ideale rappresenta un interludio in attesa di nuovi eventi, e la presenza di un personaggio-autore come Lorenzo Marzaduri, finora conosciuto come ironico giallista allegramente sopra le righe, può significare la materializzazione di un occasionale tandem geografico, dove Bologna viene sorretta, scolpita e offerta al pubblico da un eletto duo di famiglia.

            Il rock di Brizzi e Marzaduri è una colonna sonora ideale che risuona, con le ombre di Jimmy Page e di Clapton, degli Who e dei Greateful Dead, attraverso un percorso di battaglie private al sapore di provincia dell’anima: gli eroi di mezza età che si abbarbicano a un successo mancato quasi per caso, si ritrovano spesso a gestire fallimenti personali dai quali sembra impossibile esiliarsi. Eppure c’era stato un tempo… Un tempo in cui Raul, il narratore del romanzo breve <<Numbers and faces>>, stava per spiccare il volo: roba da classifica, quando i Parka Power erano gli idoli dei colli bolognesi con il brano <<Ska Matador>> Ora rimane un mesto addio coniugale, a un’età in cui le strade diventano sentieri impraticabili e indietro troppe facce si sono perse nella nebbia. Il leit motiv di queste storie sembra giocarsi su un percorso neanche troppo astratto lungo gli ultimi trent’anni di musica rock: forse l’aggancio è questo, tra le ultime bordate decenti dei Led Zeppelin ancora colte al volo da Marzaduri e la memoria postuma del giovane Brizzi, che riesce a proiettarsi nel vuoto lasciato da una generazione – l’ultima? – ancora in grado di fabbricare utopie. La mancanza di serenità di questi testi – tutti molto intensi, ricchi di dolorosa pietas – è come un viaggio neanche troppo ideale lungo le rotte di vie qualsiasi, in quei momenti in cui il ricordo – o il rimpianto – sono legati a una canzone, a un mito musicale.

            Così il diciassettenne che vince i tremila metri sulle note di <<Cowgirl in the sand>> di Neil Young diventerà un adulto pacato con una vecchia medaglia in tasca, e al successo di quella remota gara si sarà sovrapposto del tutto il viso della ragazza di Alessandria, che aveva scelto la delusione adolescente di uno sconfitto anziché la sua esaltante vittoria. E lo ritroviamo – forse – nel vigile urbano giallista – che tenta una pietosa rimpatriata con un vecchio compagno dei tempi in cui strimpellavano in un complessino. I due fratelli che uccido per gelosia il chitarrista americano che violenta col suo rock satanico la perfezione ideale dei loro miti anni sessanta – dagli Stones ai pluricitati Who – sono legati per sempre alla musica da quel momento drammatico quanto casuale. E intanto il passato rivive nei flash-back dettati da un presente affogato nelle più ovvie banalità, anche il tragico ricordo del tour in Albania dei modesti Mirrors può rivivere come una nota felice, per il chitarrista René che ormai strimpella – inascoltato – nel buio delle discoteche, i luoghi di solitudine più affollati dei nostri giorni. In un prologo che è già un addio, si radunano in gregge tutti i nostri ieri, in un’alba livida e desertica che è un altro cantore della bassa – il <<Liga>> - ha forse riassunto a meraviglia in questi anni, come il corale addio alle armi di tanti piccoli eroi di una sola stagione.

            L’altro nome del rock è forse il passo quotidiano dei giorni che ci tocca vivere quando ogni illusione è alle spalle: solo i nostri miti rimangono inalterati, e il suono di una chitarra che torna a farsi strada nella memoria di un risveglio incolore, ottuso, è la certezza che ci siamo stati, sì, e ci abbiamo creduto.