Tratto da "LA STAMPA" del 13 Aprile 1997

SOCIETA' E CULTURA



Fra bancomat e lungolago, nella patria degli "aborigeni" Rezzonico e Bernasconi

LUGANO, SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE NIPPONICHE

di Enrico Brizzi


Non so se Lugano sia mai stata bella come la descrive l'unica canzone che ci parla di questa citta'. Il fatto che la cantassero gli anarchici, italiani e non solo, che dalla Svizzera venivano estradati in patria per un processo poco gradevole e ancor meno gradito, basta a gettare l'ombra del sospetto su tale dichiarazione di venusta' urbana, sincera come un complimento sussurrato in articulo mortis alla suora che porta acqua al capezzale.
Nella seconda meta' degli Anni Novanta, di Lugano potrebbero dire molte cose, e altrettante sulla gente che dall'Italia si muove quotidianamente a Lugano. Non si puo' dire che sia una citta' brutta: presenta, diciamo, le stesse attrattive di una banca. Da determinate angolazioni, si potrebbe pensare addirittura che la citta' e' un unico network bancario, e le abitazioni ad uso civile (parola chiave in terra ticinese) saltano agli occhi per contrasto, come i portelli metallici del bancomat in un centro storico medioevale.
Se vi piacciono le blindature, le porte automatiche, i sistemi di sicurezza e i vetri a specchio, una gitarella di un giorno nel Canton Ticino potrebbe suscitarvi le stesse vibrazioni che un tour del Reno regala a un appassionato di Richani Wagner, il medesimo sconvolgimento illuminato di un picnic sull'erba tra fun di Edouard Manet.
Si obbiettera' che Lugano sorge sul piu' classico dei laghi omonimi, con tutti i benefici influssi del caso,: v'e' la brezza, v'e' il dolce incresparsi delle onde sull'imbarcadero, vi sono i gabbiani che hanno dato il nome alla squadra cittadina di football americano, i Lugano Seagulls.
Innegabile: il lago c'e'. Si tratta di fare un passo epistemologico in piu', calarsi nella mentalita' elvetica. Il lago c'e' perche' e' pratico, perche' attira le corriere hi-tech dei civili turisti giapponesi reduci dal sacco di via Montenapoleone. Essi possono passeggiare civilmente sul lungolago, sorridere civili sorrisi agli svizzeri, fotografare le banche principali.
Se a Lugano si vedessero piu' italiani caciaroni meno civili giapponese, il cittadino luganese resterebbe profondamente turbato. "Che storia e' questa?", interrogherebbe gli amici, gutturale e indignato. "Parliamo italiano, gli altri svizzeri ci trattano come i panda, e il nostro lungolago viene infestato dai terun che i laghi li hanno gia' a casa loro?". Di fronte alle comitive italiane, il luganese perde la trebisonda. Sa che noialtri non viviamo in mezzo alle banche, bensi' nel caldo Paese del sole dove tutti vestono Armani e a mezzogiorno si interrompe il lavoro per pubblici concerti di mandolino e seguente spaghettata conviviale, quindi ci invidia un po'. Segretamente (avverbio chiave in terra ticinese). Per ragioni storiche molto complesse, riguardanti da un lato Mai Weber e dall'altro la "soluzione interna" adottata dal giovane Matsuhito nel 1868, svizzeri e giapponesi si attraggono reciprocamente in un (segretamente) civile gemellaggio. Cosa abbiano in comune oltre alla tendenza a
capitalizzare bisognerebbe chiederlo a loro. Fatto sta che i luganesi, irrimediabilmente complessati nei confronti degli italiani, vivono sulle rive di un lago che sa tanto di specchietto per allodole nipponiche. Senza contare che la brezza disperde lo sgradevole fumo di sigaretta che i terun italiani soffiano fuori dalla bocca per rovinare il paesaggio e l'ordine. Gli aborigeni Rezzonico Bernasconi e Vallanzasca (cognome diffuso ma tabu') cercano di compiacere i turisti made in Japan, e nel tempo libero adottano un abbigliamento folcloristico che affratella i due popoli. La particolare sensibilita'
per gli abbinamenti si esplode in un vortice di vede oliva e giallo spento, prugna e vinaccia, pantalone di cotone e calzino corto di lana.
Potremmo lasciare questi due popoli vivere la loro civile storia d'amore, ma il fescennino nel Dna non ce lo permette, e ci si burla pubblicamente dei Ticinesi via etere, in specie nelle gag di Mai dire gol dedicate alla Televisione Svizzera, con accanimento assai poco civile.
Sara' l'invidia?
Sara' l'invidia per quei buffi semafori guidati dal sensore che percepiscono l'arrivo dell'auto e si ninno verde automaticamente?
Sara' l'invidia per quel buonissimo caffe' servito con un ghignante: "Potete anche pagare in lire. Duemilacinquecento, prego."?
O forse e' l'invidia per quell'amore di esattezza, sfumato talora nei toni di una impercettibile pignoleria, con cui il ticinese spiega le cose collocandole in sistemi piu' ampi, come i tedeschi, terrorizzati dall'idea che un concetto resti li' sospeso in aria su basi puramente metaforiche o su un (diononvoglia!) sottinteso. No, no, italiano disordinato. Le idee si spigano alla base, come un albero che non puo' gettare foglie e frutti se non poggia su radici profonde. Per come si esce dal parcheggio ricorrono ogni volta a Cartesio; sara' per questo che parlano poco e camminano veloci sul lungolago. Terrorizzati dall'idea che qualcuno meno civile di loro chieda un'informazione e li costringa a tirare fuori la Critica della Ragion Pratica.

Enrico Brizzi


Un articolo sul Corriere in risposta a questo:

Tutto il "pulp" finisce a Lugano - di Paolo di stefano
il "Corriere della sera" del 14 Aprile 1997