Tratto da "LA STAMPA" del Febbraio 1997

TUTTOLIBRI



"Bastogne": contro le famiglie Borghesi e sotto lo sguardo di Celine

I BALORDI DI BRIZZI CON L'ORRORE DEL FUTURO

di LORENZO MONDO


CON Bastogne Enrico Brizzi si e' preso la soddisfazione di sconcertare i suoi molti lettori, di far esplodere come una bolla di sapone il mondo del suo primo romanzo: la picaresca stupefatta adolescenza, lo spiazzamento salingeriano, la mite casta ribellione dell'immaginazione e dei sensi. Si', "Jack Frusciante e' uscito dal gruppo" e le sue generose volitanti pedalate lo hanno portato negli abissi della perversione e del crimine. Brizzi ha deciso, in altre parole, di farsi resocontista impassibile di certe crudezze quotidiane. Lo aveva detto, nelle interviste, che odiava il prevedibile, che per uno scrittore "postmoderno" non esistono gerarchie tra l'infame e il, sublime. Aveva ragione, per questo, e gia' ne erano persuasi innumerevoli scrittori addirittura premoderni. Ma lui ci va gia' pesante, a raccontarci la storia di quattro balordi di buona famiglia, presi da una ossessiva voracita' di esperienze oltre il limite della distruzione e dell'autodistruzione, di un carnale e sanguinoso nichilismo.
Eccoli, i quattro eroi: Ermanno Claypool, teppa nizzarda cresciuta nel quartiere attorno a piazza Federico Nietzsche... il Cousin Jerry, bestemmia urlata contro le geometrie del buon comportamento umano... Raimundo Blanco, mezzo pusher che cammina come un gigolo cubano... Dietrich Lassalle, un alcolista piu' vero che potenziale, fissato con la seconda guerra mondiale a fascicoli ...". Esaltati da alcol e droga, perpetrano stupri devastanti con ammazzamento della vittima; pronti a scannare concorrenti o a scippare vecchiette, si producono piu' audacemente nel selvaggio assalto a un ristorante, lasciando sul terreno morti e sinistrati. Sentono, "senza bisogno di leggere Nostradamus, quale straordinaria putrefazione e' in arrivo, l'horrore del futuro che verra'. Senza immaginare di farne parte, di rappresentarne le piu' accreditate, purulente scolte. Li seduce "la poesia disperata" dei soldati tedeschi che, ormai finiti, cercano di rompere l'assedio delle truppe alleate nella battaglia delle Ardenne, a Bastogne (ecco spiegato il titolo in cui, dietro le dispense di Dietrich, ammicca lo sguardo di Celine). La loro Bastogne, sembra di capire, e' contro le famiglie borghesi che vivono di compromessi e ipocrisie, contro il midcult di modelle e attricette, di cinemari e teledivi. A unirli, insieme alla foia e al sadismo, e' la fedelta' al loro patto mortuario e, alla fine, la volonta' di punire quello dei quattro che li ha venduti alla polizia. Compito demandato a Cousin, mentore e capo del gruppo. C'e' un ordine - sentenzia - che premia i piu' ubbidienti, ma noi siamo stati chiamati a un'altra festa". Il romanzo cammina attraverso accumuli di gratuite violenze, di sessuali posture, senza pause distensive, con appena qualche barlume di scontentezza, di malinconia.
Come gia' in "Frusciante", si rivela in "Bastogne", insieme alla sveltezza del raccontare, la disposizione a una lingua prensile e spavalda, pimentata di gerghi e neologismi, inzeppata di una oggettistica - abiti, moto, birre, titoli di canzoni e di film - che compongono un catalogo di feticismi giovanili: assunti con una indulgenza che, al passar del momento, corre il rischio dell'incomprensibilita' e (horrore) delle note a pie' di pagina. Accanto ai quali galleggiano e fanno macchia improbabili riferimenti a Nietzsche e a Stirner, al Celine "valangato" di puntini sospensivi e perfino ai "favolosi" Scapigliati nostrani. A lettura ultimata resta una riserva di fondo, che riguarda le motivazioni di cosi' aberrante rivolta. Intendiamoci, nessuno pretende dall'autore una prosa edificante e il distacco, del resto, e' implicito nell'enormita' dei fatti. Ma questi personaggi, se non si vuole ridurli a casi clinici o alla superficie della "franca" narrazione, meritano ragioni che li "giustifichino". Manca propriamente un plausibile, proporzionato nemico esterno (non si puo' addossarne le funzioni alle svampite massacrate) e anche quello interno (sia tumulto, sia resa di conti con se stessi) che li faccia uomini anziche' mostri. Si cerca, come dire, uno spessore verticale che li autorizzi come veicoli di una qualsiasi conoscenza. E l'impressione e' che ci troviamo davanti a prove, a cartoni anche apprezzabili di un lavoro che verra', che deve venire, se Brizzi vuole fare davvero letteratura.