Salone del libro di Torino - 19 maggio 2003

RAZORAMA

Presentazione al Salone del libro tenutosi nel capoluogo pedemontano (TO)

 

Razorama è una storia di giovani uomini e giovani donne molto lontani da casa ed è una storia di fede e magia, ascoltata la prima volte sotto la copertura vegetale d'una capanna che affacciava sull’alveo del canale delle Pangalanes.

Ero in Madagascar per la seconda volta, per la seconda volta insieme a Cristina, e dopo parecchie settimane di viaggio continuavamo ad essere visitati di continuo dallo stupore per tutto quello che d’intatto su quell’isola sembrava ancora trovare un posto.

Dell’isola sorprendeva la natura e il suo rigoglio senza pari, ma sopra ogni altra cosa ci toccava il rapporto tra la gente e la propria terra, sacra in quanto cara agli antenati. Ci colpiva la cieca fede dei Malgasci in un ordine delle cose più antico e fondato di quello Occidentale, un ordine in cui non servono medici né poliziotti. Fedeli alle istituzioni tradizionali del villaggio e del clan e guidati dalle tracce degli antenati, i Malgasci non professano una religione ma, di fatto, la vivono. Non diversamente deve essere accaduto presso gli Etruschi, i Galli e i Latini. Vivere nella luce di una fede rende dolce anche il morire, e solo dal luogo povero e ridotto in cui giace il nostro pensiero riusciamo, sospirando nei nostri bunker elettrificati, meccanizzati e antisismici, a definire quella fede, e quella comunione assoluta con il mondo e le stagioni, come una forma di rassegnazione.

Quel mondo ci attraeva in maniera inevitabile, ma allo stesso tempo la necessità di parlare francese non ci consentiva di andare oltre la condizione di pallidi reietti esclusi dal labrinto del linguaggio, e non diversamente andava per gli europei, quasi tutti impegnati nella gestione di ristoranti e bungalows, espatriati sull’isola come persone in fuga.

In un certo senso, i Malgasci non ci potevano raccontare quasi niente che fosse vicino al cuore vero della faccenda, poiché il francese non bastava, e gli espatriati non avevano niente di interessante da raccontare, se non storie, pensate in maniera assurdamente metafisica, di vite spezzate e seconde vite e vite da ricostruire. Erano più milanesi e parigini all’ombra dei grandi ventagli di ravinala di quanto potevano essere stati, un giorno, in qualità di alienati impiegati di banca.

Solo una persona che si trovasse a metà strada fra il nostro mondo razionale e nichilista e quello magico e mistico dei Malgasci, una persona che come un ponte avesse salde radici su entrambe le sponde, poteva essere il messaggero di una storia del genere.

Sulla riva del canale, nel cielo terso d’una notte di primavera australe a milioni brillavano le stelle, e l’uomo che da molti anni aveva voltato le spalle al mondo dei bianchi, come un figlio che nel suo pieno diritto parli della madre, in modo sommesso prese a raccontare la sua storia di viaggi per mare e tradimenti e presagi.

Alle nostre spalle si alzava il respiro umido di una foresta folta e priva di predatori nel cuore della quale le famiglie di lemuri potevano riposare in pace, e oltre la linea sottile di un istmo che faceva da argine al canale, il vento notturno che aveva attraversato tutto l’oceano faceva stormire gli ombrelli delle palme.

Spero di essere stato all’altezza, nello scrivere questo romanzo, del nitore con il quale si presentarono, nella loro visita capace di rischiarare le tenebre, le parole di quell’uomo.

Lari e penati che hanno presieduto alla scrittura e ne hanno protetto l’incedere sono i colossi Conrad e Hemingway; le nutrienti letture italiane che l’hanno formata, le grandi pagine all’aria aperta di Cesare Pavese e Rigoni Stern.