LA STORIA DEL ROCK
IN QUATTRO PASSI



Passo #1. Il mangiadischi penny.

In principio erano, nelle loro copertine lise da quarantacinque giri d'annata, i dischi dei padri.
Nomi esotici come Equipe 84, Camaleonti e Dik Dik.
I tagli di capelli dei cantanti rasentavano l'assurdo in quasi tutte le direzioni possibili.
Su quei piccoli vinili si trovavano canzoni allegre e canzoni d'amore insopportabili, buone per imparare a conoscere le donne fin da piccoli, per cominciare a sondare attraverso il mangiadischi penny arancione la loro predisposizione a lasciarsi ammaliare da chiunque assumesse un'aria vagamente effemminata.
Per dovere di precisione storica, devo ricordare che all'epoca gli idoli di noi studenti delle elementari erano ancora macho men come Bud Spencer, John Wayne e l'Uomo Tigre, e non si puo' certo venire a sostenere che Mal dei Primitives, con il dolcevita e i capelli a cofano che si ritrovava tutt'intorno alla testa, incutesse lo stesso rispetto di uno Spencer, di un Wayne o di un Tigre.
Poi c'erano i cantanti stranieri, che si chiamavano complessi, perche' erano sempre in quattro o piu'. Un paio cantavano, gli altri suonavano, o qualcosa del genere.
Sul mangiadischi penny andavano forte i Rolling Stones con il singolo di Ruby Tuesday (lato B, se non sbaglio, Let's spend the night together). La musica mi piaceva e non mi piaceva - il fatto di non capire le parole, ricorderete, piaceva un sacco - ma almeno, loro, la faccia da bulli ce l'avevano. E le giacchette col bavero tirato in su? Avevano anche quelle, e pure i capelli virilmente fuori posto.
Di quegli anni in cui era facile confondersi ricordo la sensazione che i Beatles, perennemente immortalati nella sorridente foto di gruppo con i capelli a caschetto, non fossero altro che quattro burloni compiaciuti di sfoggiare un taglio di capelli riservato ai bambini.
Li scoprii piu' tardi, e avrei cambiato idea sul loro conto.

Passo#2. Il doppio album bianco dei Beatles.
Come ho avuto modo di raccontare ad alcuni amici, i Beatles li conobbi davvero attraverso un pomeriggio di visioni premature da acido, ottenute sottoponendomi a un ascolto meditato del doppio disco bianco. Potevo avere tredici anni, e la traccia di Revolution nine, detonatata dalle potenti casse periferiche collegate al Marantz di mio padre, improvvisamente comincio' a parlarmi, a srotolarsi davanti ai miei occhi, a rivelarmi i suoi segreti.
Improvvisamente cominciai come a scansionare il suono, e dal sabba satanico di voci e rumori distinsi chiaramente un coro che s'intrecciava con il suono di violini registrati alla rovescia, cosi' come alcune partizioni d'una sinfonia e una sovraincisione orchestrale tratta da A day in the life. Inoltre, raggiunsero il centro esatto della mia mente il suono di un paio di bicchieri battuti uno contro l'altro; un mellotron registrato alla rovescia; un forte ronzio; John Lennon e George Harrison che chiacchierano amabilmente; una cassetta di John e Yoko che gridano la parola right.
Non staro' qui a dilungarmi sul fatto che pochi anni prima Charles Manson aveva ritenuto, nella sua follia, che John, in mezzo a tutto quel marasma, si stesse rivolgendo personalmente a lui, e aveva interpretato il numero nove di Revolution nine come un sicuro riferimento al nono capitolo del Libro delle Rivelazioni, che contiene visioni dell'Apocalisse.
Se non ricordo male, Manson aveva pensato che la parola gridata da John e Yoko fosse rise ('sollevatevi'), anziche' right, e gli era parso ovvio interpretarla come un incitamento alla comunita' di colore a sollevarsi contro la borghesia bianca. Rise divenne pertanto una delle parole chiave dello stesso Manson e venne ritrovata, scritta col sangue, sui muri delle case ove ebbero luogo i suoi efferati delitti.
Ebbene, che ci crediate o no, quel pomeriggio rimasi ipnotizzato sul divano, in felpa e jeans e calzini, folgorato dalla splendida promessa che doveva esistere qualcosa di immenso e insondabile che da grande, finalmente, avrei capito. Si intuiva che era qualcosa che aveva a che fare anche con lo stile di vita, per come puoi pensare a uno stile di vita quando hai tredici anni e stai in casa e vai alle scuole medie. Pero', proprio per questo, mi sembrava un'attrazione e un indicare una via che era talmente diversa dall'idea "crescerai, farai l'universita', andrai a lavorare" che veramente quei dischi erano un tesoro segreto. Ed era ancora piu' bello perche' erano sotto le orecchie di tutti e sotto gli occhi di tutti, pero' che cosa c'era dentro lo sentivo solo io. E, in una qualche maniera tutta scazzata, Charles Manson.

Passo#3. Le compilations.
Lungamente invocata, una sera d'estate arrivo', avvolta dai fumogeni colorati della sensazione del trionfo imminente, la cosiddetta puberta'.
Non parlo qui delle faticose sessioni solitarie, chiuso in bagno o insensatamente curvo dietro il tavolo che m'avrebbe voluto studente ginnasiale intento alle versioni di Senofonte. Non parlo di quelle poche gocce lattiginose da lavare via rapide come il ricordo della colpa, mentre le gambe ti sostenevano a fatica e i pensieri casti tornavano come orde visigote ad abitare l'interno della testa.
Parlo della fase interattiva della puberta'. Quella in cui persino tu potevi sentirti un uomo vero, perlomeno di fianco alla tua vera donna di quindici anni.
Era una stagione in cui andavano forte gli inni, quella. Solo che di veri inni se ne trovavano pochissimi, anche nei dischi migliori che ci potevano capitare per le mani - penso qui a determinati 33 giri consigliati su Videomusic che compravamo per meno d'un deca al secondo piano di Borsari quando le lezioni terminavano a mezzogiorno. Cosi' andavano forte le compilation. Compilation di inni del passato come Born to be wild e Heroin di Lou Reed, ma anche ballate romantiche e stupefacenti che fino a pochi mesi prima ci avrebbero fatto sorridere, come quelle dei Waterboys o certi Byrds d'annata.
Nel loro stanzino urlante, rifulgevano di luce propria i Sex Pistols di Johnny Rotten.
Molto ricercate erano le compilation di chi poteva vantare fratelli maschi maggiori d'eta': erano li' che si sentivano le migliori tra le voci che ci eravamo persi per un pelo. Scoprimmo cosi' che poco prima era passata un'onda chiamata - con supremo sarcasmo per noialtri arrivati tardi - new wave. Andava sotto quella definizione un mare magnum di gruppi formati perlopiu' da drogati geniali d'area anglosassone attivi dal '77 in poi.Public Image Limited la faccia cattiva, i Police di Sting quella sorridente. C'erano animi gentili come gli Smiths, spiriti inquieti di provincia affondati nella paranoia e veri eroi del sovversivismo fatto in casa. Crass, Fall, tutto l'ambiente dell'autonomia britannica.
Poi c'erano i piu' grandi di tutti. Quelli per cui le parole 'punk' e 'new wave' erano strette. Parlo qui dei Clash. I Clash avevano fatto cinque album spettacolari, poi si erano sfasciati, ma nei pochi anni d'una carriera avevano letteralmente attraversato e riassunto tutti i generi a noi noti della musica (quella bianca e quella nera) suonabile con basso, chitarra e batteria.
Ebbene, imparare che questi profeti di giustizia e sound avevano cominciato da un semplice garage di periferia avrebbe dato abbastanza coraggio a chiunque.
Infatti chiunque poco dotato per la musica insistette finche' i genitori, a Natale, non gli regalarono un basso.
Fu cosi' che formammo le nostre bande.
Si suonava nelle sale prova del quartiere e in quelle a pagamento quando, al mattino, si decideva che era meglio suonare qualche cover dei veri Maestri anziche' marcire cinque ore dietro la perifrastica o i rapporti volumetrici tra sostanze gassose.
Il nuovo tipo di compilation che prese a girare allora si chiamava demotape, e dentro c'eravamo noi, o i nostri amici, o gli amici degli amici, che provavano a mettere insieme qualcosa di decente su quattro piste.

Passo #4. Il migliore album degli anni Novanta.
Oggi non si suona piu'. Non si va piu' ai concerti in bicicletta. Solo pochi hanno continuato. Oggi i vinili tacciono nelle loro buste quadrate, e cantano al loro posto i compact disc. Tanto il calore del suono era un optional, e il colore pure.
Oggi tutto quello che c'era da inventare e' gia' stato inventato, e resta solo il bum-bum-bum delle discoteche.
Cosi' dicono i padri di famiglia poco aggiornati.
Gli stessi che non hanno vissuto con occhi stupefatti la cometa fertilizzante del crossover.
Gli stessi che forse non sanno che il migliore disco degli anni Novanta si chiama Blood Sugar Sex Magik.
Gli stessi che non conoscono i Rage Against The Machine e i Primus, al massimo un poco di Smashing Pumpkins.
O forse e' un fatto di eta', tipo che tutti restano affezionati alla musica dei vent'anni.
Mia nonna e' cosi'. Mia madre gia' meno. A lei non dispiacciono certi episodi melodici dei Ramones.
Con un po' di fortuna potrei diventare l'anello di congiunzione tra un passato rivolto malinconicamente al passato e un futuro sempre piu' proiettato in avanti.
Forse, per un paradosso di quelli incomprensibili sul modello di Achille pie' veloce che resta staccato dalla lenta tartaruga, quando saro' padre di famiglia ascoltero' musica d'avanguardia rispetto alle brodosita' commerciali di cui andranno patiti i miei figlioli.
Chi puo' dirlo.

©Enrico Brizzi, febbraio 2001, per Max.