Ieri mattina sono andato in centro



Ieri mattina sono andato in centro dopo tre giorni che non uscivo di casa.
Intorno alla stazione, un ciondolare di tossici che non vi dico: coppie di giovani traffichini ridotti a un'oscena parodia del Gatto e la Volpe, ragazze abbandonate da ogni grazia intente a fumare Ms con mani tremule, mascelle scavate di veterani della dipendenza a caccia del fix mattutino.
Io i tossici li guardo sempre come li guarderebbe Michael Caine: sarcastico senza essere aggressivo. Non giro lo sguardo dall'altra parte come fanno i pendolari del mattino, creature marcianti nella furia dell'Arbeit Immer Arbeit, ma neppure concedo terreno a confidenze tipo Scusa amico ce le hai tremila lire che devo andare a Milano dalla mia ragazza che ha dei problemi e non riesco a comprare il biglietto.
Pare che il dramma di questi ragazzi dannati sia sfruttabile come argomento politico. Pare che la corsa alla poltrona di sindaco si giochera' anche sulle garanzie che gli opposti candidati sapranno dare sulla questione droga. Pare che la questione si riduca anche questa volta alla regolamentazione dei rapporti tra una maggioranza integra e una minoranza malata.
Sul piu' bello, mentre i poveretti sciamavano intorno a un pusher dai modi bruschi, simili a piccioni che si contendono il becchime, non ti vado a incontrare il mio amico che porta sotto braccio due pacchi di carta copiativa?
"Bella Enri", mi dice.
"Bella Garo", dico io. "Dove te ne vai carico a 'sto modo?"
"Adesso lavoro in una cartoleria della zona", mi dice. "Vengono un sacco di clienti carine, studentesse soprattutto, e la paga non e' male… diciamo che mi basta per pagare l'affitto, mangiare tre volte al giorno e invitare al cinema qualche sbarba".
"Son contento per te, amico".
"Peccato", sospira "che devo ancora finire di pagare le rate della macchina, altrimenti sarei a posto… Mi scombinano il budget, quelle maledette rate"
"E come fai, allora?"
"Ah, mi tocca fare due lavori: commesso in cartoleria di giorno e pizza express la sera".
"Cavolo", ho detto. Abbiamo parlato un poco del nostro senso di responsabilita' che, con l'eta', cambia nella forma e nel colore, e dopo che ci siamo salutati ho ripreso la mia strada. Mi chiedevo se potrebbe essere un argomento politico anche questo, i ragazzi costretti a un doppio lavoro da una societa' con costi troppo alti, poi sono stato catturato dall'opulenza noncurante delle vetrine e ho rimandato ogni considerazione al giorno in cui mi candidero' sindaco di Bologna.
Piu' tardi, traversato a piedi il centro storico, sono stato a pranzo da nonna.
Come al solito - ho il vizio di parlare mentre mangio, quando mi siedo alla tavola matriarcale - raccontavo un sacco di sciocchezze sentite in giro, mi complimentavo per l'inserimento dei quadrucci di mortadella nel sugo e, per la gioia della cugina Simona, fiocinavo di apprezzamenti poco incoraggianti i partecipanti alla puntata giornaliera di Colpo di Fulmine.
Riferivo di vicende grottesche capitate ad amici che nonna e Simona mai conosceranno, omettevo i nomi e le cautele che s'adoprano tra bravi ragazzi ed esponevo la cruda trama delle dichiarazioni in fanfara e degli abbandoni repentini. Raccontavo le vite altrui come fossimo al teatro dei burattini, trafficato di personaggi paralizzati dallo stereotipo, forzati dentro vicende che possono svoltare soltanto in due modi: baci appassionati oppure botte da orbi. Nonna e Simona ridevano quasi sempre, e la benedizione del dio Sbellico cadeva su una a scompigliare la compostezza dell'eta', sull'altra a fugare il silenzioso turbamento che a volte vela lo sguardo alle fanciulle di tipo sedici anni.
Se si puo' pensare in questa maniera antichissima, facevo del mio meglio per allietare le donne di casa, e quel ridere mi faceva sentire soddisfatto custode dei familiari come il bravo cacciatore della poesia che, fischiando, sta sull'uscio a rimirar.
Enrico Brizzi