Tratto da GQ del 17 Maggio 2003

LE FATE DI REYKJAVIK E IL POPOLO NASCOSTO

La terra senza alberi

'Se ci si perde in una foresta islandese, basta alzarsi in piedi' (proverbio)

La strada che dall'unico aeroporto internazionale dell'isola conduce a Reykjavik, la baia fumosa, è una lingua nera d'asfalto a due carreggiate che traversa, senza mai perdere di vista la linea frastagliata della costa, una landa d'oscura roccia lavica dove l'erba cresce a macchie stoppose, biancastre, e il muschio, con lavoro paziente, ha ricoperto le pietre.
Il cielo è terso come in alta montagna, e lungo i bordi della carreggiata, né corsie d'emergenza né guardrail, ma pali gialli dalla superficie catarifrangente infitti a terra ogni pochi metri.
L'assenza di alberi d'alto fusto caratterizza il paesaggio al pari dei bianchi pennacchi di vapore che, sgorgando dalle profondità della terra, si stagliano contro l'orizzonte, ed è come se in questa terra stretta tra il mare e i vulcani imbiancati di neve ogni opera dell'uomo avesse un aspetto fiero e provvisorio.
Modeste piramidi di sassi, erette a un tiro di voce una dall'altra, punteggiano i profili delle alture per consentire al viandante privo di mappa di orientare i suoi sforzi, e rosse porte a trapezio, dipinte sui massi ancora sgombri dal vello del muschio, ricordano che in particolari condizioni è possibile entrare in contatto con il Popolo Nascosto, che, in una dimensione diversa dalla nostra, più vicino al centro delle cose, conduce una vita simile a quella degli uomini.
La capitale più settentrionale del mondo, si estende su un'area relativamente verdeggiante di trecento chilometri quadrati, e comprende nel suo territorio intere vallate e un notevole tratto di costa. Due terzi dei 270.000 abitanti dell'isola vivono entro i confini della città, distribuiti tra la downtown cresciuta a ridosso del mare, laddove l'antico colono Ingolfur Arnarson coltivava i suoi campi di fieno, e una manciata di sobborghi diffusi, fioriti nel dopoguerra, che in distanza sembrano ciascuno un monumento, realizzato a mattoncini Lego, dedicato all'ideale urbanistico della socialdemocrazia nordica.
Non è chiaro se troll, nani e giganti siano ancora liberi di scorazzare in giro per l'Islanda, ma a sentire le cronache delle scorribande messe a segno dai fuorilegge del passato ai danni delle fattorie isolate, torna alla mente l'adagio, caro ai professori di storia, secondo il quale solo il fatto di vivere in città rende gli uomini davvero liberi.

Reykjavik, Bar Castro.

Sono le otto di sera, e nonostante il sole sia ancora alto sull'orizzonte, e il cielo sulla baia terso e quasi trasparente, il termometro non si muove dai cinque gradi.
Ancora a metà maggio, camminando radente ai muri delle case di downtown Reykjavik - pareti rivestite in ondulato per proteggere il legno dal freddo, o in nudo cemento verniciato a rullo - ci si può cullare nell'illusione del tepore, ma approssimandosi agli incroci, o ladddove la linea delle case è scostata dal marciapiede per lasciare spazio a un poco di prato, il vento gelido dell'oceano assale le narici e fa bruciare la guance.
Solo la quiete assoluta che avvolge la zona pedonale può darti la misura della qualità di silenzio che può regnare sui grandi spazi aperti - le nere distese di roccia espulse nel corso dei secoli dall'immeso ventre del vulcano Hekla, i ghiacciai, gli immensi pascoli recintati regno di pecore e cavalli - che occupano l'interno dell'isola.
Porta a porta con la discoteca Astro, come concreta alternativa offerta ai giovani islandesi cui non interessano né techno né house, si aprono le due vetrine d'un club più raccolto, dal pavimento d'assi e sprofondato nella penombra, cui i gestori, con tipico humor vichingo, hanno dato nome Castro, e una coppia di vetrofanie che riproducono il volto di Fidel con l'inseparabile Avana tra le labbra danno il benvenuto agli avventori.
C'è un caminetto, all'interno, e candele schermate da carta colorata ardono sui tavoli, intorno ai quali giovani vestiti da alfieri della scena skate-punk leggono romanzi, risolvono in gruppo i cruciverba proposti dai quotidiani o, in silenziose coppie, giocano a scacchi.
Capita di conoscere un ragazzo di nome Gunnar che beve birra d'importazione e porta i capelli lisci a frangetta e le basette floride gli invadono le mascelle. Porta un paio di occhiali da nerd dalla montatura di plastica nera, e le ragazze che sono con lui, fricchettone senza rimedio con il foulard legato in testa, bevono tè e fumano sigarette a gara; poiché all'inizio dell'800 Reykjavik contava a malapena trecento abitanti, ci sono buone probabilità che i nonni di Gunnar e delle sue amiche fossero contadini o allevatori dell'interno cresciuti nelle tradizionali case di torba, sorta di tane seminterrate dal tetto rivestito di zolle erbose.
Parliamo un poco di musica, e tra le nuove bande islandesi eredi degli Sugarcubes di Bjørk, oltre agli ormai affermati Sigur Ros e Worm is Green, i giovani di downtown Reykjavik segnalano Minus e Brain Police (hard rock), Apparat Organ Quartet (rock), e, con particolare calore, i Quarashi -descritti come i Beastie Boys islandesi- nonché una band di sad electronic pop rock che porta l'evocativo e poco scaramantico nome di Funerals.
Mi trovo a pensare che gli islandesi sono belli di una bellezza che ha a che fare con l'infanzia e con l'incorrotto. Le ragazze di sedici anni appaiono leggiadre come fate, e via via che si allontanano dalla giovinezza i loro volti si fanno più aspri e ordinari.
Gunnar e le vichinghe freak s'informano dell'Italia e raccontano dei viaggi che sperano di fare, di come lavorano durante l'estate in un supermercato della botanica per mettere da parte un poco di soldi, e mai come nel loro appassionato discorrere mi è apparso chiaro quanto le persone possano considerare una fortuna il fatto di vivere in un luogo in accordo con la natura e le sue stagioni; vicini al centro delle cose come il Popolo Nascosto.

Il sole di notte

Fuori, oltre le vetrine decorate con l'immagine del lider maximo, padri in giacca e cravatta, di ritorno dall'ufficio, spingono con noncuranza carrozzine hi-tech dal cui tendalino, come un burqa pensato per proteggere dall'aria fredda, scende un velo leggero che rende invisibile il giovane occupante del veicolo.
Anche dopo il tardivo tramonto che altera il bioritmo del viaggiatore e lo spinge a cercare, uno dopo l'altro, l'ultimo locale della serata l'aria resta limpida e tersa, e lentamente la cupola del cielo vira al turchino e poi all'azzurro cupo.
Con Gunnar e le ragazze c'è tempo per una birra Viking e un piatto di cubetti di squalo frollato al ristorante Naust, altra birra e calcio inglese via satellite al Glaumbar, penultima Viking e Viking della staffa allo Svarta, e Gunnar mi fa quasi sentire in colpa raccontando che fino al 1989 sull'isola era proibito vendere birra con tasso alcoolico superiore ai 2 gradi. A quanto pare i poveri Islandesi erano costretti a fare tutto in casa con risultati non sempre soddisfacenti, e Gunnar narra come un episodio leggendario della sua prima adolescenza il rientro di suo fratello da un viaggio in Danimarca con dodici lattine di birra vera.
Per strada si accendono i lampioni mentre il cielo, come cantava Rino Gaetano, è sempre più blu. Debolissimo il disco della luna e mute le stelle, e già verso le quattro l'annuncio del nuovo giorno imbiancherà l'orizzonte.
Nonostante la innegabile vicinanza al circolo polare artico, le ragazze in canottiera che affollano l'ingresso del club Gaukur a Stong sono più di quante riusciate a contarne. I risvolti dei loro jeans sono vertigini da due palmi, ai piedi calzano silenziosi stivaletti da pugile, e anziché farvi sentire a disagio perché siete prigioniero d'un goffo giaccone invernale, senza che i loro cavalieri se ne abbiano a male, volentieri divideranno con voi le loro birre in lattina e con intatti sorrisi domanderanno se possono baciarvi.
Sono come le spighe di grano e anche se siete un semplice ragazzo moro nemmeno tanto alto e prigioniero d'un giaccone, potete cominciare a sentirvi felici e bellissimi, e a lungo andare, cari guerrieri, il divertimento e la sensazione di essere meravigliosi lasceranno posto, nella vostra mente borealizzata dalla birra Viking, alla consapevolezza che qui a downtown le ragazze non scherzano per niente, e se continua così, a forza di sussurri e bacini a tradimento, ben presto si tratterà di lottare per riuscire a tornare in quella fogna di Coney Island.

© Enrico Brizzi maggio 2003.