outtake da un racconto de “L’altro nome del rock”

Deejay Gianni

Per vivere, scrivevo su un paio di riviste. Era una strada che si era aperta in modo naturale, come per una buona magia, negli anni dell’università. Per due stagioni, ancora al liceo, avevo scritto per una fanzine chiamata Zero Attrito, e praticamente, non avevo fatto in tempo a uscire dallo stupefacente sottobosco delle riviste graffettate a mano che l’importante mensile Magazina, complice un concorso di racconti, mi aveva voluto tra i propri collaboratori.

Quando confrontavo il mio lavoro con quello degli amici di sempre, ormai condannati alle quaranta ore, mi sentivo fortunato rispetto a loro, come loro sapevano di essere immensamente fortunati rispetto a quel po’ di conoscenti che, ancora giovani, avevano perso il lavoro e si affannavano per risalire la china dei debiti.

Facevo quello che mi piaceva, avevo tempo per leggere, e il venerdì, ormai da un paio d’anni, conducevo una trasmissione dai microfoni di Radio Città. Il mio programma si chiamava Gabardine, ogni puntata durava un’ora, dalle otto alle nove di sera. Sapevo per certo che molti l’ascoltavano preparando la cena, e la cosa mi faceva piacere. Era un appuntamento che cercavo di onorare al meglio, e spesso, già nel fine settimana, mi mettevo alla ricerca di brani per la trasmissione successiva.

Gabardine era dedicato a un genere di musica che a diciott’anni avrei trovato troppo vaga per poterla detestare. Qualcuno, per disprezzo, la chiamava ‘musica da ascensore’ e i fighetti, in tono d’approvazione, ‘musica da cocktail’. Io la chiamavo lounge, perché era come un atrio, nel grande palazzo dello stile, in cui da qualche tempo riuscivo a sentirmi a casa, a mio agio come nei vecchi garage popolati da eroi del chitarrismo rock non ancora celebri.

Le musiche di Gabardine riuscivano a mettere insieme la ricerca e l’orecchiabilità, i lavori più sperimentali di Ennio Morricone e le colonne sonore di classici minori degli anni Settanta, come Kriminal o Squadra Omicidi. C’era spazio per le arie brasiliane e per il beat duro, le melodie increspate dal fremito elettrico del fuzz, di band dimenticate come Neanderthal e Rotazioni.

Qui non c’entravano le chitarre tirate a mille, né i girotondi convenzionali e sovraccarichi che potevi ascoltare in un qualsiasi album delle peggiori rockstar del Paese. C’entrava l’infanzia, invece, in qualche modo affettuoso nei confronti del bambino che ero stato. C’entrava quello che trasmettevano la Rai e le radio libere in quegli anni e il modo in cui apparivano, a quell’epoca, gli adulti. Il taglio degli abiti che portavano, e anche determinati modi di accendere le sigarette, senz’altro, ma soprattutto la loro aura di creature indipendenti. Loro sapevano andare in macchina e in Lambretta e nessuno, quando decidevano d’uscire, rivolgeva loro le ridicole raccomandazioni sui rischi connessi al sudare. A differenza di noialtri guerriglieri delle elementari, i cavolo di grandi avevano esperienza, e lo capivi dalla sicurezza che sprigionavano, riuniti davanti al Telefunken, quando commentavano le notizie coprendo la voce di Mario Pastore, o il modo in cui si divertivano seguendo l’Altra Domenica.

Adesso che il coro dei bambini si era trasformato nella meglio gioventù della città, mi dicevo certe volte mentre una nuvola d’incenso odoroso si spargeva per le stanze, quella musica ci spettava di diritto, come un’eredità.