Tratto da "Il Corriere Scuola"



CARNET D'ALLEMAGNE

Live in Berlin!!!

Succede che m'invitano a passare una settimana invernale in Germania.
L'agenda prevede tre presentazioni: una alla casa della cultura di Berlino, la seconda alla Casa del Libro di Lipsia e l'ultima all'universita' di Monaco.
L'agenda prevede che io passi quattro giorni a Berlino e poi scivoli a Lipsia sulla strada ferrata per poi volare in Baviera a fine tour.
L'agenda, che esiste solo nella mia testa fertile e non del tutto colonizzata, mi riempie di entusiasmo e regala vibrazioni di rara professionalita'.
Scendo all'Hotel Bogota' di Berlino in un pomeriggio umido come pochi, ma la stanza tinteggiata di giallo e la china d'un pellicano che mi s'incornicia davanti agli occhi bastano a farmi sentire lontanissimo da casa e quindi privo di responsabilita' specifiche. Leggo L'Informazione di Martin Amis, noto con italico stupore l'assenza del bidet, ogni tanto tormento il telefono-bistecchiera color pisello che m'incombe sui cuscini.
Una sera i miei contatti dell'Istituto Italiano di Cultura, dopo una serie di appuntamenti mancati sui luoghi cari a Christiane F., riescono a pescarmi dalle parti di Zoo Station: salvo! Si cena in un posto fico chiamato Oxymoron che a seconda delle ore del giorno funge da cocktail bar, ristorante o discoclub per intellettuali organici e designers. Drappeggi pretenziosi contrastano con linee essenziali, sedie imbottite Luigi XXX s'affiancano a umori giapponesi degli arredatori. Parafrasando il mio amico Tony, si potrebbe dire che 'il punto di forza sta nel tendaggio'. Vabbe', posti da artisti.
Noialtri che vogliamo soltanto bere una birra ce ne andiamo per le strade-formicai di Ekescher Markt. Una gigantesca sinagoga s'erge a monito del massacro, intorno scorrono ubriachi cosmopoliti; yenki europeizzanti, architetti bohemiens di nuova concezione grafica; bande all-girls di tredicenni che in Italia frequenterebbero le disco pomeridiane e qui invece, bardate da snowboard, imperversano on the road finche' non s'avvicina l'appuntamento con l'ultimo autobus-zucca. I locali sono centinaia e, complice il sabato sera, traboccanti. Alla fine ci s'accomoda in un vagone della S-Bahn adibito a birreria.
La mia domenica berlinese e' il giorno piu' malinconico da parecchi mesi a questa parte. Cammino come un pazzo per chilometri e chilometri e chilometri. Tutto e' chiuso, tutto e' in ristrutturazione, l'Unter den Linden e' un'autostrada che traversa la citta', penso a PV Tondelli e mi rifugio nel museo di Checkpoint Charlie. Beware of pickpockets, dicono i cartelli. Ci sono i bagagliai doppio fondo che servivano ai berlinesi dell'Est a fuggire in Europa; ci sono le foto in bianconero dei Vopos, le guardie di frontiera della DDR, sguardi di rabbia e fatalismo sotto gli elmetti sovietici non cancellano l'impressione di fissare i legionari di Pinochet. A seguire due appuntamenti sui binari della metro, uno centrato e l'altro no. Il mio amico violinista Guido Pupillo, Erasmus in fisica qui in Prussia, non mi vede arrivare e pensa che gli abbia dato buca. Io, sbadato come sempre, arrivo in ritardo e penso che lo spergiuro sia herr Pupillo. Questione di convenzioni. Rientro al Bogota' slalomando tra i pusher turchi.
L'indomani, la presentazione. Nonostante si svolga nella maestosa Sala del Camino, con la benedizione degli italianisti di lassu' tutto va per il meglio. C'e' gente, c'e' interesse, si ride e si pensa. A seguire cuba libre dalle parti di Savigny Platz con una pulchra dottoressa dal cognome slavo e il titolare della cattedra di lingue romanze. Addormentandomi, penso con sconcerto che gli unici professori universitari con cui non passo le serate a parlar di leggerezze, mescolando cola e avana, son proprio i miei. Wundebar!
Martedi' in Sassonia. Non vedo il monumento alla battaglia delle nazioni. Non vedo il villaggio natale di Federico Nietzsche. Non vedo lo squallore delle campagne che si stendono verso il confine tedesco-ceco. Pero' respiro l'ex-DDR, imparo che un giorno il numero uno dell'Universita' Karl Marx penso' bene d'abbattere una chiesa con la dinamite per far posto al nuovo rettorato, una sorta di costruzione lego in vetro-acciaio calata dall'alto come la volonta' di potenza. I sassoni sono cupi e protestanti, s'interessano all'essenziale che come disse il tale e' invisibile agli occhi, quindi vestono di nero e guardano incuriositi i due Italienisch (io e il mio guru lipsiano-fiorentino Giovanni) che chiacchierano ad alta voce e ridono per la strada. L'ingresso alla presentazione costa 5 marchi. Rabbrividisco, ma la sala si riempie e tutto va per il meglio. La stanza d'albergo e' accogliente, ma resta la piu' torrida in cui abbia mai messo piede. Passo un'allegra notte da fuochista.
Controlli israeliani all'aeroporto.
Non faccio in tempo a slacciare le cinture che gia' inizia la procedura d'atterraggio su Monaco.
Gli abitanti considerano Monaco la citta' piu' settentrionale dell'Italia. Cosi' almeno mi riferiscono.
Chissa', forse se ero francese mi avrebbero detto che si consideravano i piu' orientali tra i Galli.
Pero' la differenza tra il divertimento dark e un poco morboso di Berlino e la socialita' dei bavaresi inurbati e' evidente. Nelle birrerie e nei ristoranti c'e' gioia e comunicazione, meno morbosita' e piu' frivolezza. Parlo con Bernhard e Sandra dei complessi di colpa tedeschi all'indomani della guerra, della grande chance fallita con la riunificazione, delle reali intenzioni sottese a La Vita E' Bella di Benigni. Si discetta sulla superiorita' del primo sorso di birra del secondo boccale rispetto al primo sorso tout court nell'arco della giornata. Si fa cultura e opinione mentre in strada comincia a nevicare.
Filosofici come nessuno, europei ed electro, parliamo del futuro; mi prende uno strano agio fatto di tranquillita' e di sensazione d'imminente ritorno a casa.
E cosi' allunghiamo la strada sotto i fiocchi, tre che siamo, per andare a bere il sacro bicchiere della staffa.