© Enrico Brizzi - Luglio 2002 Testo originale per ‘Bologna dall’alto’ - Pendragon editore.

Cinquecento piedi

Ci alziamo in volo dal cortile d’una ditta persa lungo gli stradelli guelfiq.
Non sono mai salito prima su un elicottero, nemmeno su uno addormentato al suolo.
Il pilota prende quota con manovre dolci, trova l’assetto con piccoli movimenti di coda mentre sorvoliamo i campi biondi stretti tra la zona industriale e l’autostrada. Si distinguono le curve a u delle mietitrebbia che poche settimane fa hanno inghiottito le spighe a quintali. Quel grano ormai sarà diventato pane, penso indossando le cuffie verdoline che attutiscono la doppia raffica delle pale fino a trasformarla in un fruscio omogeneo e rassicurante. Le balle di fieno abbandonate in schiera sembrano rocchetti di filo, visti dall’alto. Proiettano la loro ombra curva nella luce netta del secondo pomeriggio. La cicatrice profonda d’una cavedagna corre sinuosa a separare gli appezzamenti, e il poco di erbacce e piante a foglia larga che crescono spontanee lungo gli argini fertili evocano il rigoglio della foresta pluviale.
Questa terra è la mia terra, viene da dire scrutando il profilo ondulato dei colli che presidiano l’orizzonte a meridione. La prima cerchia di colli appare nitida e verde, aguzza di ripetitori sui quali, nelle notti di primavera, ci arrampicavamo con gli amici per vedere meglio il lago di luci che straripa verso la Bassa. Distinguo il profilo familiare di Monte Donato, l’edificio color ocra di San Michele in Bosco con il suo piccolo campanile, il seminario. Sono radure nel fitto brillante d’alberi che sembra colare giù dall’Appennino. Scende in città per lingue larghe, quella lava verde capace di nascondere le case e assediare il chiostro dell’Annunziata. Arriva senza incontrare resistenza fino all’argine dei viali che corrono tra Porta Saragozza e Porta Santo Stefano.
Volgendo lo sguardo dall’altra parte, si vede il fascio brillante dei binari che avvolge la periferia. I rettangoli gialli e smeraldo e marrone, come una coperta stesa sulla pianura, svaniscono in distanza per l’effetto lattiginoso dell’umidità che ristagna sull’orizzonte del Nord.

Il centro di Bologna è un mosaico di tetti e cortili risucchiato verso l’alto dallo slancio verticale delle torri. L’Incoronata è il buon pastore intorno a cui si raduna un gregge antico di case, gli Asinelli un faro in grado di illuminare la pianura per centinaia di chilometri. Da terra sembrano costruzioni figlie della superbia degli uomini, ma già ad una quota modesta come quella a cui stiamo volando si comprende la loro natura di puntelli della città. So bene che gli storici non la pensano così, ma nel brusio delle pale mi convinco che non sono state pensate come una sfida, le nostre torri. Forse gli uomini che le hanno edificate erano capaci di vedere più lontano e intendevano alzare un ringraziamento al cielo che ci sovrasta.
Dall’alto si riconoscono senza fatica le chiese principali. La quinta sottile della facciata di San Francesco, il coro sostenuto dai costoloni volanti; la cattedrale disposta di traverso rispetto alla ferita in ombra di via Indipendenza. Centinaia di sedie allineate occupano il crescentone di Piazza Maggiore.

Fronteggiano il grande schermo candido sul quale in serata proietteranno l’ennesimo gioiello recuperato dalla Cineteca. C’è gente radunata intorno al Nettuno. Li immagini senza fatica, i volti degli studenti seduti sul ventaglio di gradini che conduce in Sala Borsa, sotto il sacrario dei partigiani. Si avvicinano gli ultimi esami della sessione estiva, e gli occhi dei ragazzi, già ansiosi di vacanza, accarezzano in un anticipo di nostalgia i muri e le facce di questa città che ritroveranno a settembre.
Le antiche porte di Bologna, protagoniste di conte licenziose e filastrocche, sono sorelle ma non si somigliano neanche un poco. Il cassero di Porta Maggiore appare basso e squadrato come un tavolino, mentre Porta San Donato conserva ancora l’aspetto cupo dello spalto da cui s’affacciavano, avidi e sospettosi, i militi dei Bentivoglio. Porta Lame, l’insospettabile tetto di tegole, può sembrare la dimora eccentrica d’un pittore. Ci resto male quando mi rendo conto che Porta Saragozza, con le due torrette rotonde che affiancano il cassero, vista dall’alto appare finta come il castello di Disneyland.
Attraverso le cuffie ci arriva una comunicazione della torre di controllo. Dobbiamo farci da parte per consentire l’atterraggio di un aereo da turismo.

Scivolando verso San Luca, scendiamo fino a cinquecento piedi dalla cima dei pioppi. Adesso i rettangoli color turchese delle piscine sono abbastanza grandi da distinguere i gradini della scaletta che conduce in acqua, i disegni degli asciugamani stesi sui lettini deserti.
Le fronde si piegano sotto di noi, e mentre restiamo immobili a un tiro di schioppo dalla Basilica che si fa rosa nell’ora che precede il tramonto, seguo l’incedere cauto d’un micio nel cuore di un giardino sconosciuto dalle parti delle Orfanelle.

Riconosco la casa dei miei genitori, un condominio a striscie bianche e rosse discosto dal traffico di via Porrettana. La tettoia del benzinaio dove per anni ho fatto il pieno alla vespa è grigia e insignificante come la pensilina di un’autostazione del terzo mondo, ma grandi terrazze e lavatoi pensili di cui non conoscevo l’esistenza ravvivano il panorama del quartiere dominato dal catino del Dall’Ara. Ci sono donne che stendono. La vita ferve anche sopra il mare di tegole che copre le abitazioni più basse. Sono i primi giorni di luglio, e sembra di sentire le preghiere e i desideri che evaporano via dalle finestre spalancate.
Per un poco seguiamo la Porrettana tenendoci sul lato dei colli, voliamo bassi oltre le chiuse del Reno come il Settimo Aviotrasportato in Apocalypse Now, ma non ci sono mitragliatrici a bordo né nemici che sparano da terra, solo pescatori che maledicono il frastuono. Al posto della cavalcata delle valchirie, le cuffie verdoline che ci cingono la testa diffondono il dialogo gracchiante tra il comandante dell’aereo in procinto di atterrare e la torre di controllo. Parlano inglese, e appena il Marconi concede via libera, il nostro pilota allarga la virata, si lascia dietro i Laghetti del Maglio e punta di nuovo il campanile rosso e sabbia di San Martino, primo freno al folto del bosco.
Superiamo le alture che dominano la Croce, il pilone a mezza costa della vecchia funivia. Riprendiamo quota mentre la visuale si spalanca all’improvviso sulle case degli uomini. Abbiamo il sole alle spalle, e adesso Bologna è tutta sotto i nostri occhi, raggomitolata su se stessa come un gatto non più giovane che si gode, pancia a terra, l’ultimo sole della giornata.