Tratto da "AVVENIRE" del 14 novembre 1995



BRIZZI: MI PIACCIONO I SANTI "PUNK"

di ALESSANDRO ZACCURI


Milano. Come ve lo immaginate un racconto religioso scritto da Enrico Brizzi, il ventunenne autore-rivelazione di "Jack Frusciante è uscito dal gruppo" (il romanzo edito da Transeuropa e, ora da Baldini & Castoldi, finalista al Campiello di quest'anno)? Lui se lo immagina così:

"Una gita in montagna, tante persone che affrontano la salita, ognuna col suo zaino in spalla. Arrivano sulla vetta e lì chi vuole prega, poi tutti insieme accendono un grande fuoco. Ma l'importante è che hanno scalato la montagna, l'hanno scalata insieme".

Non è soltanto un'ipotesi narrativa, è anche un frammento dell'autobiografia di Brizzi, che fino allo scorso anno è stato impegnato nello scoutismo cattolico della sua città, Bologna. "Un'esperienza iniziata quando avevo otto anni - ricorda - e che mi ha insegnato moltissimo, anche in termini di tolleranza".

In che senso?

Per molto tempo ho partecipato alle attività scout pur essendomi allontanato dalla fede. Era un fatto noto, di cui si parlava, ma che non mi ha mai escluso dalla vita del gruppo. Anzi, la lezione più grande credo sia stata proprio questa: scoprire come, sia pure partendo da da posizioni personali molto diverse, sia possibile ritrovarsi uniti nel momento in cui c'è da realizzare qualcosa di concreto.

Quando è iniziata la sua crisi religiosa?

Molto presto, all'inizio dell'adolescenza. Forse per scetticismo innato, non so. Ma conservo bellissimi ricordi di serate trascorse a parlare di spiritualità con gli altri scout. Anche adesso tra i miei amici ci sono molti credenti e mi piace continuare a confrontarmi con loro. Poi ci sino i casi particolari...

Per esempio?

Beh, c'è questo mio amico che si definisce non cattolico praticante, una posizione che teorizza con estrema lucidità: l'importanza della Chiesa, dice, sta tutta nella liturgia, nel fascino che essa esercita anche sui non credenti.

E lei che cosa trova di affascinante nella Chiesa?

La figura di san Francesco. Lo vedo come un santo punk, portatore di un messaggio rivoluzionario, che lo induce a rompere i legami con le istituzioni più forti della sua epoca: la famiglia e la Chiesa intesa come centro di potere temporale. Per me la sua vita è in se stessa un miracolo.

Perché è la vita di un rivoluzionario?

NO, perché esprime gioia. C'è un malinteso per cui essere religiosi significa rinunciare a vivere in pienezza. San Francesco dimostra che è vero il contrario, che è possibile essere felici scoprendo uno stile di vita sobrio, essenziale. Quello che dovremmo cercare di fare tutti se non avessimo la mente annebbiata dal panettone.

Si parla spesso dell'interesse dei giovani per forme alternative di religiosità. Che ne pensa?

Non vedo molta creatività nei percorsi spirituali dei miei coetanei. Certo, ci si appassiona alle discipline orientali, ma poi il manuale sullo Zen finisce in cartella con Smemoranda e la merendina. E se per caso ci si converte davvero al buddhismo, lo si fa entrando in una scuola ben codificata. Io non sono credente, lo ripeto, ma il mio sforzo è quello di mettere insieme i tasselli di ciò che mi aiuta a vivere meglio la mia interiorità e a sentirmi in pace con gli altri. Forse anche questa è una forma di religione, non crede?