Euskadi

19-22 marzo

L’aereo si abbassa sulla pista dell’aeroporto di Bilbao, ricavata dai bulldozer in un profondo vallone incorniciato da fianchi ormai brulli di colline, e se pure l’oceano non deve essere lontano, tutto quello che si vede intorno sono i contrafforti del sistema cantabrico, una dorsale che corre da Est verso Ovest, connessa ai Pirenei e capace di isolare per secoli le province atlantiche dall’ampio ondulato delle terre di

Aragona e Castiglia è da quella chiostra di montagne che sgorga la Ria, il fiume sulle cui sponde, leggermente arretrata rispetto all’estuario, si è sviluppata la città più popolosa dei Paesi Baschi.

Il museo Guggenheim, che ha fatto salire le quotazioni della fuligginosa Bilbao fino a trasformarla nella seconda città più visitata di tutta la Spagna, si erge massiccio e metallico sulla riva sinistra della Ria, separato in tutti i sensi dagli edifici destinati agli uomini, e sotto il sole del tardo pomeriggio le scaglie in titanio che ne ricoprono le pareti lo caricano di riverberi facendolo apparire simile alla reggia di un tiranno del futuro.

Un ragno colossale, forse di bronzo, accoglie il visitatore ai piedi della scalinata d’ingresso, e ogni cosa davanti a voi è abbacinante e color titanio e giganteggia. Giganteggia finchè il nome stesso della cosa, balbettante e gutturale al nostro orecchio latino, non vi accoglie al suo interno.

Solo allora il titanio smette di barbagliare, e una cortese hostess, la cui modesta bellezza è valorizzata dalle nuove condizioni di luce che caratterizzano il vestibolo, vi dà il benvenuto dentro il sogno più bello dell’architetto  californiano Frank O. Gehry.

Lo spazio, che la città ha dovuto ricavare nel corso dei secoli lungo le rive del fiume, è il vero protagonista delle immense sale del museo. L’atrio raggiunge l’altezza di cinquanta metri, ed è stato studiato per diffondere la luce del giorno nelle sale situate ai vari livelli, più o meno come accade nelle imbarcazioni di lusso per gli spazi situati sottocoperta.

Al Guggenheim di Bilbao si possono ammirare i capolavori dei grandi dell’arte moderna, da Warhol a Basquiat. Altri non meno grandi, come David Salle e Julian Schnabel, sono presenti rispettivamente con il celebre acrilico su tela che riproduce Bogart con le fattezze di un cammello e con alcuni saggi della caratteristica tecnica di pittura applicata ad ampie superfici di piatti in frantumi.

Cose belle e inestimabili, di quelle che ognuno a sedici anni ha sognato di realizzare.

C’è anche Jeff Koons, che noi patrioti ci ostiniamo a considerare il marito cattivo di Cicciolina.

Purtroppo gli artisti sono presenti con due o tre opere a testa, distribuite con parsimonia sulle pareti affinché l’esperienza della visita possa sedimentare nella memoria accompagnata dalla parola ‘arioso’ e dal ricordo di ampi spazi vergini.

Oltre quaranta rampe conducono dalla sommità del colle di Begoña, attraverso il barrio de la Cruz, in direzione del fiume, e ai piedi della scalinata si apre una piazza che costituisce il cuore della città vecchia, e in questo pomeriggio mite di inizio primavera, gli avventori di un paio di bar concorrenti siedono ai tavolini all’aperto, mentre gruppi di studenti stazionano  sul lato opposto della piazza, di fronte all’ingresso del Museo Basco.

Sulle pareti e appesi ai fusti dei lampioni fioriscono manifesti rossi fitti di X e K e dittonghi impossibili, ma la gente a passeggio da queste parti sembra parlare senza eccezioni in castigliano.

Imbocchi una delle vie che si dipartono dal lato meridionale della piazza e ti ritrovi in un reticolo di strade dalla perfetta lastricatura, strette tra facciate di case restaurate con cura.

Qui le botteghe degli artigiani si aprono a fianco di taverne senza pretese e polverose librerie, e all’improvviso, passeggiando lungo Barrenkale Barrera, si spalanca davanti ai vostri occhi il tempio che ogni tifoseria dovrebbe dedicare ai propri campioni: è poco più di una profonda stanza occupata da un lato da un’infilata di tavoli circondati da un assedio di panche, e presidiato da un lungo bancone disposto di taglio rispetto all’ingresso, sul quale gettano un ventaglio d’ombra le decine di prosciutti appesi al soffitto; incorniciati alle pareti ci sono gagliardetti e vecchi manifesti dell’Athletic Bilbao, squadra cittadina che tessera soli Baschi e orgoglio della terra d’Euskadi.

Una coppia di giovani avventori occupa gli unici sgabelli addossati al bancone. Bevono birra e mangiano empanadas chiacchierando con il barista, un uomo magro di cinquant’anni dalla testa un po’ troppo grossa.

Ordini un bicchiere di tinto giovane e vaghi per il locale esaminando il mosaico di foto in mostra: sono impettite formazioni dei primi anni del secolo

e ristampe che mostrano il tabellone segnapunti dello stadio congelato sui risultati più clamorosi a favore della squadra di casa – goleade contro Celta e Racing, un rotondo10 a 0 contro l’Arenas CF –, e qua e là sulle pareti fioriscono ritratti in forma di

santino e di icona di R M detto il Pichichi, bomber e idolo il cui nomignolo è rimasto a designare il capocannoniere della Liga.

“Mio nonno l’ha visto giocare molte volte, il Pichichi”, dice il ragazzo seduto sullo sgabello addossato al bancone quando mi vede interessato ai ritratti. “Tutto lo stadio faceva silenzio, quando gli arrivava la palla”.

“E’ per questo” gli domando “che lo stadio dell’Athletic è chiamato la Cattedrale?”

“Non lo so”, ride. Anche la ragazza che siede con lui ride. “Può darsi. Ma quando arrivava palla al Pichichi, c’era questo grande squarcio di silenzio, e poi lui segnava e lo stadio esplodeva”.

“Oh”, dico. “Non deve essere stato male”.

“Tu l’hai mai visto giocare?” domanda Fermin al barista.

“Sono vecchio” dice il barista in modo serio. “Ma non così vecchio”.

“Per mio nonno era importante”, dice Fermin. “Sotto la dittatura di Franco, per tutti i Baschi l’Athletic era importante. Quel cornuto aveva proibito la nostra lingua e la nostra cultura, e l’Athletic era tutto quello che restava”.

“Non lo parlava più nessuno, l’Euskara”, dice il barista con un sorriso che scopre i piccoli denti gialli. “Qui in città, voglio dire. Lo hanno salvato i contadini e la gente della valli”.

“Adesso l’Euskara è una lingua tutelata” dice la ragazza che siede con Fermin. Si chiama Carmen ed è una ragazza carina. I suoi capelli castani sono sciolti sulla curva delle spalle, e calza dei sorprendenti pantaloni a zampa d’elefante che rendono difficile identificare le scarpe. “I Baschi hanno dovuto lottare” dice, “ma adesso è sullo stesso piano del Castigliano”.

“Già” ride Fermin “è stata una conquista fondamentale, ma ci vorranno ancora molti anni perché la nostra cultura riprenda terreno come prima. Adesso si studia a scuola, e i giovani, compresi i figli degli immigrati, ricevono la loro istruizione nella lingua dei nostri padri”.

Le sette strade parallele che danno il nome al quartiere sbucano tutte al cospetto del mercato della Ribera, un superbo edificio in riva al fiume costruito nel 1930 per ospitare il macello e attuale regno dei pescivendoli. Passeggio con Fermin e Carmen lungo i suoi corridoi affiancati da casse di cigalas, langostinas e salmoni da quattro euro e mezzo il chilo, e mi colpisce il silenzio carico di rispetto che avvolge le operazioni di compravendita.

Seguiamo il corso della Ria, le sue acque destinate a incontrare le onde dell’oceano eppure ancora lente e inquinate dai residui delle industrie pesanti situate nei sobborghi più a monte. Lo scosceso della riva destra ospita i quartieri più antichi, arroccati sulle pendici di colline verdeggianti, mentre il ponte dell’Arenal conduce alla città nuova, d’impianto razionale e simil-haussmaniano, che si è sviluppata nell’ensanche, la pianura determinata da un’ampia ansa del fiume. 

Alle ringhiere in ferro battuto che decorano le facciate dei palazzi di inizio ‘900, color fumo e rosati nella luce del secondo pomeriggio, sono esposte decine e decine di bandiere candide sulle quali spicca la sagoma dei paesi Baschi indicata da due frecce, proveniente l’una dalla parte della Francia e l’altra dalla Spagna, e in determinate strade non sono meno numerose delle bandiere arcobaleno che si vedono in Italia in questi giorni di guerra annunciata.

Fermin e Carmen mi spiegano che quanti le espongono chiedono il trasferimento dei detenuti politici baschi verso istituti carcerari situati in Euskadi.

 “La politica è una passione, da queste parti”, sorride Fermin. “Più del calcio e più della pelota e più di qualunque altra cosa. E’ la nostra specialità, praticamente”, dice Fermin. “A volte penso che continueremmo a parlare di politica per sempre, anche se domani mattina ci concedessero l’indipendenza”.

“Non tutti sono per l’indipendenza”, dice Carmen. “Io stessa credo che con la Unione Europea sia un po’ assurdo parlare di indipendenza, ma da queste parti capitano molte cose che in un paese veramente libero non dovrebbero accadere. E’ per questo che la gente parla tanto. Perché ci sono argomenti sempre nuovi. Mi riferisco alla repressione, alla violenza della polizia e a tutti i giovani sospettati di aderire all’Eta ammazzati in carcere.”

Poi Carmen parla della grande manifestazione popolare dell’estate passata contro l’applicazione della sentenza che metteva fuori legge il movimento indipendendentista Batasuna, e si infervora parlando del tradimento che gli uomini della polizia basca hanno compiuto ai danni dei loro fratelli. “Era pur sempre un partito in cui molti Baschi si riconoscevano”, dice Carmen. “Era la voce di tanti, e nessuna voce autentica merita di essere messa a tacere”.

Mi trascinano in una libreria davanti alla quale sventola la bandiera basca, e il sound aspro di un pezzo punk diffuso da uno stereo portatile, come un’onda lunga carezza e lambisce gli scaffali stipati di libri, dichi e riviste auto-prodotte.

In un angolo c’è un settore dedicato all’abbigliamento, e in vendita ci sono magliette coperte di scritte incomprensibili e bandiere e primi piani di guerriglieri palestinesi, e determinate felpe d’un delicato color pino, decorate con una stampa sul petto che invita a giustiziare il proprio personal computer.

Fermin mi mostra un libro fotografico in cui sono radunate immagini della grande manifestazione in sostegno a Batasuna; le violenze della polizia contro i manifestanti, così come le irruzioni nelle sede del movimento ormai fuorilegge, sono documentate con dovizia di particolari. Colpisce il fatto che sotto l’elmetto rosso antisommossa gli agenti calzassero una maschera nera, simile a un sottocasco da pilota, ma Fermin mi spiega che da queste parti per i tutori dell’ordine impegnati in operazioni contro gli indipendentisti quella di agire mascherati è una precauzione minima.

Compro il libro e un disco del gruppo madrileno Sin Dios, e sulla porta della libreria, con baci e reiterate strette di mano mi congedo da Carmen e Fermin.

Forse gli anni più sanguinari del terrorismo sono finiti, ma rientrando all’albergo non posso far finta di non vedere gli uomini in divisa color verde spento della Guardia Civil. La fronte nascosta dalla breve visiera dei berretti schiacciati, vigilano all’ingresso degli edifici pubblici e tengono il dito pronto sul grilletto del fucile mitragliatore.

A Bilbao cade il mito della cena spagnola consumata a tarda sera. Se volete trovare qualcosa di aperto, meglio muoversi per le nove, perché due ore più tardi la piazza del museo Basco appare in tutta la soffice desolazione d’un luogo perfettamente deserto e dovrete accontentarvi di un panino al bar.

Per chi ama i cani, l’indirizzo ideale è il garagar di Carmele, alle Siete calles. Io ho mangiato con un segugio a pelo ruvido seduto a fianco del mio sgabello. Aspettava senza uggiolare che gli allungassi un poco di formaggio manchego dal piatto, e se gli sembrava che ostentassi un’ingiusta indifferenza nei suoi confronti si limitava a richiamare la mia attenzione strofinandomi il naso sui calzoni.

Se più tardi avete voglia di distrarvi in qualche gran bel localino, il consiglio che vi danno i pochi ragazzi in giro è quello di puntare verso sud e varcare, preceduti dalla scia di lampeggianti d’una volante, il breve ponte che scavalca la Ria per cercare qualcosa di aperto nel quartiere di San Francisco.

Garantiscono che si tratta di un quartiere alla moda, frequentato da artisti.

Camminare la notte per le strade che inerpicano attraverso il quartiere è un’esperienza da non sottovalutare, specie quando portate calcato in testa un vistoso berretto di velluto. Non ci sono bar aperti che vostra madre definirebbe raccomandabili , e

gli unici artisti che si vedono in giro stazionano agli angoli delle strade in nervosa attesa di un pusher che faccia dimenticare loro i peccati della giornata; così è chiaro da subito che non vi integrerete nella vita notturna del quartiere, e il vostro sport sarà piuttosto quello di non apparire come il classico turista pieno di soldi e facile preda della notte.

E’ davvero un’esperienza che consiglio, in particolar modo a chi cova il proposito d’una carriera da attore. Molte e progressive, infatti, sono le identità che il vostro berretto di velluto, e un incedere sicuro con le mani in tasca, dovranno conferirvi: inavvicinabile sbirro di Madrid agli occhi degli artisti a caccia di spiccioli, giovane del luogo con solide amicizie per le bande  di nordafricani che fumano hascisc davanti all’ingresso di bar dalle luci schermate, e gay senza speranza dal punto di vista delle prostitute dominicane.

Grazie al berretto di velluto, ignorando i sussurri che vi invitano nel cuore buio del quartiere, riuscirete a raggiungere indenni la stazione dell’Eusko Tren, e allora basterà scendere a man dritta verso il fiume per ritrovarsi in salvo a pochi passi dall’ingresso del gran bel localino che cercavate.

Si chiama Bilborock e, in un certo senso, è come se l’aveste già visto molte altre volte.

San Sebastian è una città marinara di frontiera che alla fine dell’Ottocento, all’epoca in cui vennero ideati i concetti di ‘villeggiatura’ e di ‘stazione balneare’ ebbe la fortuna i ospitare la coppia imperiale, divenendo in poche stagioni in un luogo di culto agli occhi dei benestanti della vecchia Europa.

Ci sono venti chilometri di autostrada, per arrivare a Biarritz, e a differenza dei colleghi francesi i camerieri che lavorano sulle terrazze degli eleganti stabilimenti affacciati sul lungomare non sono antipatici né spocchiosi. Tutto l’ambiente è piuttosto informale, e solo i turisti inglesi ordinano succo di frutta con l’aria sospettosa di chi si trovi seduto in una tavola calda di qualche remota colonia.

La curva perfetta della baia, nell’inclinazione dell’invito che ti conduce a percorrere fino in fondo la passeggiata del Miraconcha, ospita palazzi d’estate, luoghi di delizia in perfetto stile liberty, facciate candide con profusione di torrette, vetrate, giardini pensili, e le ringhiere in ferro battuto dei balconi di determinati palazzi borghesi appena discosti dalla linea del lungomare richiamano alla mente quelle dei boulevard parigini; più in là, case che sembrano costruite con la porcellana si alternano con le più moderne realizzazioni di designer affezionati al bronzo e all’acciaio.

Il lungomare procede rettilineo alle spalle dell’ampia spiaggia di Ondarreta, dove i primi audaci della stagione sfidano la brezza di marzo, e superati i campi del Real Club di Tennis e la stazione della funicolare, vi troverete a percorrere l’ultimo tratto di asfalto che cinge la base del monte Igeldo, sempre più deserto, finchè la strada non s’interrompe e tutto quello che avrete intorno è l’odore del sale, il rumore del respiro dell’oceano e la sensazione che ogni cosa – il profilo verdeggiante dell’isola di Santa Clara che protegge l’imboccatura della baia, le sculture metalliche di X dedicate al vento, installate senza targhe o piedistalli al limitare della scogliera color del rame –  rappresenti un fermo invito a esserci e a non aver paura di quasi niente.

Al porto, targhe e monumenti riferiti ai Re Cattolicissimi, o in generale allo Stato Spagnolo, appaiono sfregiati dal lancio di uova piene di vernice, e così è per l’insegna del Palazzo di giustizia, ma l’atmosfera per le strade è rilassata, appagata quasi, e la vocazione turistica della città sembra rispecchiata in pieno dall’inverosimile concentrazione di bar, regno della convivialità e di tartine, confezionate con grande gusto e amore per gli accostamenti spericolati, che qui chiamano pintxos.

Non meno di cinquecento bar, secondo le testimonianze di alcuni habitué, si annidano in quel paradiso dell’alcool che gli abitanti chiamano Parte Vieja, e il venerdì sera lavorano tutti a pieno ritmo per la gioia dei ragazzi della zona, che in quell’occasione escono separati, come non esistesse una coppia di fidanzati in tutta San Sebastian.

Le guide parlano del sidro e le lavagne dei menu dentro i bar fingono di proporrre gin tonic e altri cocktail diffusi in tutto il

mondo, ma se volete trionfare nel reticolo di strade stretto fra il porto, il monte Urgull e il ponte della Zurriola dovete essere persone socievoli e forti bevitori di birra alla spina.

“Una caña, por favor”, è la parola d’ordine che dovete pronunciare entrando nella nuvola d’erba e tabacco dell’ennesimo bar della serata, e se vi sentite soli non avete che da guardarvi intorno e decidere a chi offrire un giro.

Quando vi sentirete forti come cento cammelli che scalpitano in cortile, il consiglio è di abbandonare la zona attraverso il parco in riva al mare che si stende davanti alla facciata del municipio e da lì, senza indugi, risalire calle Urbieta e voltare a destra per San Bartolomé, dove si succedono club dall’acustica elettrica e carica di promesse come il Goa, il cui dee-jay vi sfiderà, dalla sua trincea riparata dietro il bancone, a non darvi per vinti fino alle prime ore del nuovo giorno.

© Enrico Brizzi 2003 per GQ.