BUDAPEST, Aprile 2003

 

C’è la Budapest delle visite guidate, dei tour in battello lungo il Danubio e delle passeggiate lungo il perimetro della cittadella, c’è la Budapest degli uomini senza donne, dei massaggi, dei topless bar, e sotto la pellicola di una meta turistica in costante ascesa c’è un’altra città, una rete di locali e concerti e festival che, da dieci anni a questa parte, sta conoscendo una costante fioritura. Di questo, naturalmente, i più giovani cittadini della capitale

ungherese – condotti da Viva e Mtv al confronto impossibile con Londra e Berlino – si rendono conto fino a un certo punto, ma per gli uomini che sono cresciuti negli anni del Partito unico la rinascita della città si può misurare anche dalle decine di nuovi bar aperti nel cuore del sesto distretto. Bellezze bionde dagli alti zigomi, gli occhi celesti tagliati a mandorla, bevono cappuccino nonostante il giro del sole sia ormai concluso, e i giovani artisti nipoti di Attila sfoggiano impeccabili chiome à la Oasis e combinazioni di seconda mano che li farebbero trionfare persino tra le sceltissime brigate alternative che incrociano lungo i marciapiedi dell’High Road di Camden Town.

L’atmosfera è quella primaverile e frizzante dei giorni in cui l’Ungheria, all’indomani di un referendum epocale sull’ingresso nell’Europa della bandiera blustellata, segue con tutti i televisori a disposizione le interminabili dirette da Atene della cerimonia ufficiale. Assediata da una provincia conservatrice e anti-europeista, la città di Budapest si è pronunciata in modo netto al referendum, e adesso festeggia in anticipo il funerale delle tendenze isolazioniste e del vecchio Fiorino. A quanto sostengono in molti, è il passo più importante dalla caduta del

regime comunista.

 “Negli anni Settanta e Ottanta era molto difficile, per i ragazzi, riunirsi in un luogo pubblico che non avesse a che fare, in modo più o meno diretto, con le istituzioni dello Stato”, mi racconta nel suo ottimo italiano Imre Barna, redattore capo di Europa Konyvkiadò, una delle più importanti case editrici ungheresi.  “Era impossibile prenotare un tavolo al ristorante per più di cinque persone, e dopo le nove di sera, semplicemente smettevano di servirti. Così gli studenti e gli intellettuali non in linea con le rigide disposizioni ideologiche dell’epoca non potevano fare altro che trovarsi in case private. Ottenere il visto per andare all’estero era molto complicato. Ho avuto la fortuna di corrispondere fin da bambino con un coetaneo tedesco, e solo sulla base di questa lunga corrispondenza mi concedettero il permesso di andare a trovarlo. Così, mentre la maggior parte dei miei amici non era mai uscita dal Paese, ho iniziato a sviluppare abbastanza presto un’attitudine che mi portava a  non sentirmi mai del tutto a casa, né a Budapest né altrove. Mi sono sempre ritrovato a guardare ogni luogo come dal di fuori”, dice Imre, “ed è stata una fortuna, perché tanti si sono trovati impreparati al cambiamento che nel 1990, con il ritorno delle istituzioni democratiche, ha toccato l’Ungheria”.

Miklos Sulyok era un esponente di spicco della scena alternativa costretta a riunirsi nelle case private all’epoca in cui Imre studiava all’università. “Miklos era un matematico, ma soprattutto una persona di grandissimo spirito e un fenomeno ai fornelli”. Dopo la caduta del regime Miklos ha abbandonato la professione di matematico per rilevare un minuscolo ristorante.

Oggi Miklos è un uomo corpulento di forse cinquantacinque anni, dalla testa rasata e lo sguardo miope, che ti riceve indossando un camice bianco sulla soglia di questo locale segnalato da una candida insegna che riporta unicamente l’iniziale M.

Il locale, questa volta è davvero il caso di dirlo, è un gran bel localino, non più ampio della cameretta d’un bimbo e interamente arredato con carta da pacchi. Da qualche parte, suona al minimo un Aznavour d’annata, e incollati ai muri vedi solo questi fogli bruni e opachi. Di carta sono le tendine che rigide pendono a schermare le finestre. I quadri alle pareti sono fogli a quadretti dipinti a mano, e la cornice è stata tracciata a pennarello nero. C’è anche un pappagallo, dipinto nella sua gabbietta, e al centro del soffitto, illusorie come il fuoco che Geppetto aveva dipinto sulla parete, la mano del misterioso interior designer ha tracciato il profilo di quattro pale di ventilatore.

Oltre un risicato bancone presidiato da due cameriere che, nella sconcertante esiguità del luogo, non potrebbero essere più slanciate e cordiali, la vista spazia sull’allegra coppia di cuochi. Si danno da fare con le padelle e ridono, in modo talora sommesso, sconfinante altre volte nella psichedelia più genuina, e dopo i primi freschi sorsi di birra solo la incomprensibile matrice magiara delle battute che si scambiano ti impedisce di unirti appieno alla contagiosa allegria che pervade la cucina. L’impressione, trascegliendo dal bruno foglio del menù – essenziale ma capace di osare – è quella di sedere dentro il sogno di un uomo, un sogno che solo i cambiamenti della storia hanno reso possibile, e quell’uomo, l’ex matematico, torreggiando accosto al tavolo con il camice aperto sul torace ormai possente, volentieri lisciandosi il volto ispido ti guida nella scelta fra un piatto a base di

anatra arrosto e le ghiandole di vitello in crema servite sul riso.

Mi assicurano che attori underground, come i protagonisti del recente Hukkle, ‘singhiozzo’, un film senza dialoghi che sta riscuotendo premi ovunque, frequentano questo locale. Devono farlo pochi alla volta, immagino, nella grande messe di talenti che si affacciano, sotto l’egida delle diverse muse, sul panorama internazionale.

Si parla molto bene del trentenne scrittore transilvano Dragoman Gyorgy, stimato autore di racconti giunto di recente alla pubblicazione di un fortunato romanzo d’esordio (il titolo in italiano suona letteralmente come ‘Il libro della distruzione’) e sposato con una poetessa che, sotto l’identità fittizia di un vecchio ormai al termine delle fortune amorose, pubblica  ardite poesie erotiche. Le riviste letterarie, fra le quali Holmi e Jelenkor, tengono viva la tradizione dei caffè letterari in una città che da secoli si sente chiamata a un compito importante come quello di difendere e irradiare la propria idea di eleganza.

Anche fuori dal lillipuziano locale di Miklos e lontano dalla sua ottima cucina, nel quartiere del Parlamento e nel cuore più popolare di Pest l’aria che si respira è quella di una laboriosa attesa, e fa una certa impressione la varietà (in questo, già ampiamente europea e standard) di negozi e ristoranti che affacciano lungo la tradizionale passeggiata commerciale di Vaci utca, là dove negli anni Ottanta solitario regnava, fra grigi palazzi ancora sfregiati dalle raffiche di kalashnikov sparate di casa in casa nel ’56, il negozio dell’Adidas, unico emblema di un’altra Europa

possibile e per ciò stesso assediato senza sosta da una coda di giovani guardati a vista dalla polizia.

Particolarmente ampia in città è l’offerta di musica dal vivo, classica e jazz sopra ogni altra cosa, e in un pub chiamato Alcatraz, fra ritratti di Al Capone e camerieri in divisa da galeotti, mi è capitato di ascoltare del sincero blues rock suonato da un quintetto capitanato da un certo Bruce Levis, piccoletto muscolare e baffuto specializzato nelle espressioni d’estasi alla B. B. King. Altra importante pedana cittadina è quella del Fat Mo’s, locale ispirato agli speakeasy americani del periodo del proibizionismo. 

Oggi ribalte interessanti si aprono anche per la musica di base, grazie a rassegne ampie e articolate come quelle del Bukta Festival, e per gli irriducibili dell’elettronica ci sono le serate di Minimal Heroes e i party jungle old school organizzati dal gruppo Tab. Ampia scelta di flyers e informazioni al negozio di dischi Afrofilia, in un cortile interno della centralissima strada dei Musei, giusto di fianco a Retrock, indirizzo di riferimento per gli amanti dell’abbigliamento vintage.

Sui palchi d’assi e nella laboriosa penombra di bar come l’Eklektika Cafè, in Semelweiss utca, a pochi passi dalle cupole dorate della sinagoga e mille miglia lontano dalla Budapest a luci rosse da 150 dollari al giorno per le debuttanti, dei table-dancing e delle sirene dei servizi escort per uomini soli segnalati fin nella mappa che il tassista vi porgerà accogliendovi all’aeroporto, batte orgoglioso e incuriosito di confrontarsi alla pari con il resto d’Europa il cuore della nuova Budapest artistica e intellettuale. 

 

ÓEnrico Brizzi 2003 per GQ: Serie Il Giro del Mondo in Dodici Tappe